Onorevole Prodi, chiuda in bellezza: si dimetta

(24 Set 07)

Giuliano Ferrara

Innamorato come sono dei fratelli Prodi e di tutto il cattofamiglione, e chi studia la viola, e chi la storia del cristianesimo, e chi il clima, e poi quelle belle facce larghe, quella serietà emiliana non seriosa, rivolgo un ultimo appello al presidente del consiglio, che fa Prodi di cognome anche lui. Onorevole Prodi, tolga il disturbo, chieda le elezioni e lasci il campo libero al suo successore, Walter Veltroni, nella corsa con quel matto del Cav. per Palazzo Chigi.

Via, lei sa benissimo come stanno le cose. La situazione peggiora ogni giorno, una evidente mancanza di autorità, di legittimazione politica e di leadership affligge il suo governo, la sua maggioranza, e di conseguenza l’insieme del sistema. Il progetto dell’Unione, un cartello elettorale razionalizzato da un programma e da un candidato che avrebbero dovuto garantire un certo ordine politico, spremendo da una coalizione eterogenea e posticcia un qualche significato riformatore, è fallito.

Non è colpa sua, non solo sua. Un capo senza truppe oltre un certo limite non si può spencolare. L’agguato è dietro l’angolo, il cemento antiberlusconiano si è sfaldato, scollato, e niente tiene più nel centrosinistra. Chi glielo fa fare di esercitare la dote della perseveranza applicandola al nulla. D’altra parte la via d’uscita se l’è preparata lei stesso, con quell’idea del partito democratico, che subito ha preso la risonanza di una nuova stagione, di un cambio generazionale, di un programma modernizzatore e riformista incompatibile con una rete di alleanze fondata sui veti conservatori della sinistra estrema. Non che io creda nel destino glorioso della formazione politica nuova, che mette insieme i vecchi pezzi della sinistra democristiana e del pci, né alcuno può giurare sulla integrità e sul coraggio poltico di Veltroni. Ma quella roba lì è qualcosa al posto del nullismo in cui s’è impaludato, dopo il risultato per lei mefitico del pareggio elettorale, il vecchio progetto unionista.

Non voglio fare propaganda. Qualcosa di buono è toccato di farla anche a lei, e non credo si debba sottoscrivere il solito giudizio nervoso, febbrile, un po’ canaglia, che gli italiani tendono a dare di chiunque li governi, specie da quando sono scomparsi i partiti. Nel rapporto diretto con il popolo, però, non c’è gara a cui lei possa ormai partecipare. La delegittimazione, già fortissima sul versante della destra e del nord, adesso è totale con l’ondata di disprezzo antipolitico che si è fatta larga nel popolo di sinistra.

Non c’è tempo per recuperare, stabilizzare, e nemmeno la scappatoia di una fuga in avanti. Tecnicamente, a lei spetterebbe prendere l’iniziativa subito, fare la crisi e un nuovo governo con la metà dei ministri e nuove regole della casa, contrattare una nuova legge elettorale di compromesso con l’opposizione, e andare infine al voto nel giro di un paio d’anni, avendo comprato il tempo necessario a ricostruire qualcosa dalle macerie fumanti che circondano la sua ridotta. Ma lei è il primo a sapere che anche per questa ovvia operazione non c’è spazio, e a toccare un mattone viene giù tutto.

Che senso ha allora, anche per lei personalmente, continuare a tergiversare, a durare per il gusto di durare? Che gliene importa di passare da un caso Visco a un caso Rai, da un caso Vicenza a un caso Telecom, lungo un percorso di consunzione esposto a ogni ricatto, a ogni agguato, a ogni intemperanza, a ogni vaffanculo? Onorevole Prodi, ci sono situazioni in cui resistere vale un arroccamento surreale, è un modo per fare danni e infliggerli anche a se stessi, e mollare ha invece qualcosa del gesto d’artista, produce significato e procura benevolenza. Lei ha già onorevomente chiuso con il futuro, quando ha detto che questa sua è l’ultima tornata come leader del centrosinistra. Essere universalmente considerato un ostacolo, un tappo, è ciò che l’aspetta, visto che secondo tutti gli osservatori la macchina del suo governo non si rimetterà in moto, non prenderà velocità e non ritroverà la strada di un minimo livello di fiducia e di consenso. C’è questa roba del 14 ottobre, questa strategia di ricambio fondata sulla cosiddetta vocazione maggioritaria del partito democratico e su una nuova leadership. Gli dia una chance, non stia lì a fare la diga, che il buco è già bello grosso.

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