Onda d’urto a sinistra

(20 Set 07)

Augusto Minzolini
Ormai il «fenome-no Grillo» è monitorato settimanalmente da tutti gli istituti di ricerca e dai sondaggi emerge un dato chiaro: il personaggio riscuote simpatia soprattutto nell’elettorato di centrosinistra e nella sinistra radicale. In altre parole è diventato un’icona per quell’area che ha votato questa maggioranza e questo governo ma che ne è sempre più insoddisfatta. E anche per chi ce l’ha con il «Professore con l’Alzheimer» (l’espressione è sua) ma per storia e cultura non se la sente di passare col centrodestra, né vuole rifugiarsi nell’astensione. Non è un caso che ieri i difensori d’ufficio di Beppe Grillo dall’attacco che gli ha rivolto il Tg2 siano tutti esponenti della sinistra radicale. «Si enfatizzano le parole di Grillo – ha dichiarato il sottosegretario verde, Paolo Cento – per non parlare della crisi della politica e della rappresentanza». «E’ il vecchio vizio di bacchettare – è insorto Salvatore Cannavò, di Rifondazione – l’antagonismo al Palazzo. E’ accaduto ai no global, al sindacalismo alternativo, a quelli che non si rassegnano a questo mondo. A quelli che attaccano la legge “Trenta-Treu” e vengono accomunati alle Br. Oggi accade anche a Grillo».

Insomma, se i «girotondini» sono stati un pungolo per l’Ulivo, i «grillanti» possono diventarlo per tutta l’Unione a cominciare dalla sinistra massimalista. Del resto il personaggio è un moltiplicatore di argomenti polemici, una sirena per diverse aree elettorali al cui fascino non si sottraggono neppure le ali estreme. Il suo armamentario parte dalla questione morale giocata in una logica giustizialista per arrivare ad una contestazione virulenta della filosofia della legge Biagi. E il “pungolo” Grillo che incalza Bertinotti e i suoi può avere come conseguenza una maggiore radicalizzazione della sinistra massimalista.

I segnali ci sono. L’altro giorno il tribunale interno – si fa per dire – di Rifondazione ha assolto il no global Caruso che quest’estate aveva provocato un mare di polemiche per una battuta proprio su Biagi: «Un assassino dei giovani morti sul lavoro». Stesso atteggiamento emerge nel confronto con il governo o con l’area moderata dell’Unione su finanziaria, welfare e pensioni. Non parliamo poi delle parole d’ordine che i neo-comunisti stanno adottando sui temi più cari a Grillo: dai costi della politica alla questione morale. «I nostri elettori e i nostri compagni simpatizzano per Grillo – mette le mani avanti Gennaro Migliore, presidente dei deputati di Rifondazione – perché ne condividono la contestazione anti-sistema. Ma sono temi su cui noi non possiamo essere attaccati: noi parlamentari diamo il 55% al partito e i rappresentanti di Rifondazione in tutti i cda del Paese non superano l’1%. Lo stesso vale per il welfare e per il resto. Noi saremo intransigenti su questi temi non per “codismo” nei confronti di Grillo, ma perché ci crediamo. Dini è un problema di Prodi. Noi chiediamo il rispetto del programma dell’Unione e non accetteremo posizioni, tipo Dini, che se ne pongono del tutto al di fuori».

Ma anche sull’altro versante, quello della sinistra moderata, nessuno ha dubbi sul fatto che il «grillismo» contagerà la sinistra massimalista. «E’ fatale – osserva il socialista Lanfranco Turci -. Il fenomeno colpisce soprattutto quelle aree che non hanno fatto i conti con il “dovere” del governare. Alla fine le parole d’ordine della manifestazione del 20 ottobre saranno quelle della Fiom o quelle che echeggiano il grillismo. In una situazione del genere la radicalizzazione è fatale».

Se la sinistra massimalista è sottoposta ad un processo di estremizzazione, l’assedio al Palazzo del «grillismo» e dell’anti-politica spingono anche gli altri partiti dell’Unione a difendere la propria identità rendendo il quadro politico più fragile. Quello che accadrà oggi al Senato sulla Rai è la prova generale di una possibile deflagrazione: Prodi come minimo dovrà accettare «un congelamento» del potere di nomina del cda Rai che renderà inutile l’arrivo dell’uomo di fiducia del premier, Fabiano Fabiani. Sempreché a Palazzo Madama non si materializzi una maggioranza che sommando pezzi dell’Unione (da Bordon e Manzione ai diniani) all’opposizione non determini, addirittura, le dimissioni del vertice di Viale Mazzini.

Tutto questo sconquasso rende più probabili in prospettiva evoluzioni traumatiche del quadro politico: si torna a parlare di crisi di governo e voto anticipato. Non è più il solo Berlusconi a farlo. «Sono probabili ma non sono sicure», ammetteva ieri Fini nel cortile di Montecitorio.

L’ipotesi ogni tanto salta fuori anche nei «pour parler» di qualche leader dell’Unione. E la questione spesso è legata ai ragionamenti sull’«anti-politica», o sul «grillismo». Chi ne parla, ad esempio, è un Massimo D’Alema sempre più pessimista. Ovviamente certe congetture fanno parte del suo privato. Il vicepremier non è per nulla entusiasta dei modi in cui sta nascendo il partito democratico. Ed è preoccupato del suo scarso appeal nell’opinione pubblica. Ad un sottosegretario che gli chiedeva di Veltroni, ha regalato questa battuta: «Walter va bene nei sondaggi, ma è sempre sotto Grillo». Mentre con un «grand commis» di Palazzo Chigi si è lasciato andare a questa dissertazione sulle elezioni anticipate che sembra presa da un manuale di politica: «Quando la gente è arrabbiata bisogna dargli uno sfogo. Bisogna far sfogare il popolo con il voto. C’è il rischio di fare lo stesso errore di Craxi e della dc prima del ‘92 che ritardarono il ricorso alle urne lasciando crescere i movimenti di protesta che poi li spazzarono via».

Per cui in un modo o nell’altro l’«effetto Grillo» comincia a condizionare il Palazzo. A sinistra, innanzitutto, ma non solo. Ieri un Berlusconi sempre più convinto che il governo sta crollando e in primavera si andrà a votare ha dimostrato di essere stato molto colpito dal modello «vaffa-day». «Anch’io – ha spiegato ai suoi esperti – voglio mettere in piazza il popolo di Berlusconi. Dobbiamo acquisire una capacità di mobilitazione come quella dimostrata da Grillo nel vaffa-day. Dobbiamo utilizzare blog, passaparola, strumenti nuovi che potremmo sperimentare prima nell’organizzazione della manifestazione del 2 dicembre e poi nelle elezioni». Il contagio si propaga.

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