Voto e caccio i governanti inetti

(19 Set 07)

Michele Ainis
Offro un’idea in regalo a Grillo, nonché ai molti italiani cui la politica ha fatto venire l’orticaria. O meglio, questa politica. Dove il potere si è trasferito in un santuario inaccessibile ai fedeli, dove chi siede al governo e in Parlamento fa come gli pare, tanto non c’è modo di rispedirlo a casa. Ecco, licenziamoli. Introduciamo l’istituto della revoca per i nostri governanti.

Rafforziamo la democrazia italiana con un’iniezione di democrazia diretta. Raccogliamo firme nelle piazze non solo per stabilire il limite di due legislature, o l’ineleggibilità dei pregiudicati, ma inoltre e soprattutto per rendere immediatamente responsabile chi ci rappresenta nel Palazzo. Oggi se il deputato Mele fa il moralista in pubblico e l’immorale in privato, nessuno può cacciarlo. Se il senatore De Gregorio cambia partito e schieramento un minuto dopo l’elezione, continuerà impunemente a scaldare la poltrona. E allora basta, diamoci un taglio. Fra tutte le riforme declamate e mai approvate negli ultimi trent’anni, forse è proprio questa la più urgente.

A tale scopo c’è bisogno di riscrivere l’articolo 67 della Costituzione, che vieta ogni mandato vincolante sugli eletti. È il fondamento della democrazia rappresentativa, e ne sancisce il primato sulla democrazia diretta. Ma il popolo di Grillo, così come gli 820 mila cittadini che hanno sottoscritto i referendum elettorali, domandano l’opposto. Chiedono di decidere, senza filtri, senza intermediari. Si rivoltano contro lo strapotere dei partiti, che d’altronde avranno qualche responsabilità se in Italia si sono trasformati da «ossatura della democrazia» (Montesquieu) a «cancro della democrazia» (Grillo). E così, fuori e contro il sistema dei partiti, i cittadini utilizzano gli unici strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione: la proposta di legge popolare, il referendum. Troppo poco, e oltretutto i partiti possono pur sempre lasciare in un cassetto le iniziative legislative popolari (accade quasi sempre) o tagliare le unghie al referendum (anche qui la casistica è nutrita).

Ecco perché c’è bisogno di riequilibrare il rapporto fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Per come i costituenti lo hanno disegnato, oggi questo rapporto è diventato fonte di tensione, inocula uno stress che toglie credibilità al sistema. E dopotutto si tratta d’offrire agli italiani un voto in più, non un voto in meno. Il voto con cui potranno giudicare chi non mantiene le promesse elettorali, senza aspettare la fine della legislatura. Un’idea eccentrica, un’innovazione senza precedenti? Niente affatto.

L’istituto della revoca (recall) è contemplato in vari Paesi dell’America Latina: 2 milioni e mezzo di venezuelani, nel 2003, ne hanno fatto uso nei confronti di Chavez, che però ha superato la prova delle urne. Nello stesso anno è invece andata peggio al governatore democratico della California Gray Davis, revocato 11 mesi dopo l’elezione. Infatti da quelle parti il recall esiste fin dal 1911, è stato richiesto 31 volte per rimuovere un governatore, funziona pure nei riguardi di deputati e senatori, come avviene in altri 18 Stati dell’Unione. La California è lo Stato più popoloso degli Usa, con un Pil superiore a quello dell’Italia. Se può permettersi di licenziare i governanti inetti, significa che è un buon esempio da seguire.

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