Un paese e due governi

(15 Set 07)

Sindaci, la personalizzazione del potere
Ernesto Galli della Loggia
L’ondata di interventi in tema di ordine pubblico e sicurezza (reali o solo proclamati qui non importa) da parte di molti sindaci di grandi città d’Italia, quasi sempre appartenenti al centrosinistra, svela un fatto che gli studiosi di queste cose conoscono da sempre, ma che per la prima volta si presenta con una simile evidenza agli occhi dell’opinione pubblica. Il fatto, cioè, che la personalizzazione del potere, che per forza di cose si verifica con l’elezione diretta alle cariche pubbliche, ha come effetto abituale quello di rafforzarlo e insieme di attenuare, fin quasi a cancellare, le precedenti diversità ideologiche dei vari candidati; o comunque di renderle non molto significative ai fini dell’esercizio concreto del loro mandato.
È per l’appunto ciò a cui stiamo assistendo oggi. Eletti con suffragio personale diretto, i sindaci unionisti, posti di fronte all’alternativa da un lato di obbedire ai principi ideali della propria originaria appartenenza politica, e dall’altro, invece, di dare voce comunque, anche a costo di mettere da parte quei principi, ai disagi della comunità che li ha eletti, perlopiù non esitano a imboccare questa strada. Di fronte a un simile fenomeno la deprecatio moralistica sul tradimento dei valori, a cui da giorni si abbandonano Il manifesto o Liberazione mettendo sotto accusa i sindaci del centrosinistra manca il bersaglio perché fraintende la natura dei fatti. Così come, egualmente, mistificano non poco la realtà storica (che tutti invece ricordiamo benissimo) i riformisti, allorché sostengono che i valori di legge e ordine, o il principio della legalità innanzi tutto, hanno fatto parte da sempre del bagaglio ideologico della sinistra.
In verità — e come era espressamente auspicato da chi ha voluto il nuovo sistema — l’elezione diretta con il maggioritario ha scardinato il rapporto tra il sindaco eletto e il suo partito o schieramento partitico di riferimento. Il sindaco è così divenuto politicamente e ideologicamente libero, e perciò responsabile in prima persona di fronte ai cittadini. Oggi un sindaco sa bene che per avere il consenso necessario domani ad essere rieletto, ovvero a sostenere comunque le sue diverse ambizioni (se le ha, ma quasi sempre le ha), deve poter contare su un consenso «personale» nonché, almeno in parte, trasversale agli schieramenti. Deve perciò riuscire, se non altro tendenzialmente, a rappresentare o comunque a farsi carico dell’intera comunità; e a decidere. All’opposto, pertanto, di questo o quell’assessore o partito locale, impegnati allo spasimo a difendere la propria specifica identità da un lato, e a mediare dall’altro.
Tendono così a radicarsi oggi, nel nostro Paese, in relazione a due diversi sistemi elettorali, due diversi e contraddittori modelli, sia di governo che di antropologia politica. Alla fin fine incompatibili. Da un lato quello del governo locale, personalizzato, decisionista, accentrato, che in genere si muove oltre le vecchie ideologie a rischio magari di apparire plebiscitario specie per mancanza di collaudati e fisiologici contropoteri; dall’altro, invece, il modello del governo centrale, spersonalizzato (non inganni il surrogato delle interviste e delle dichiarazioni di cui sono pieni i giornali), privo di vera capacità di decisione, dilaniato dalle risse politico-ideologiche, disarticolato di fatto nei vari ambiti tra loro non comunicanti dell’amministrazione. Mentre il modello regionale, dal canto suo, ancora stenta a trovare una propria identità.
È così, è anche così, che si logora e alla fine si disgrega il tessuto politico unitario del Paese. Che si logorano e si perdono nella confusione l’immagine e la realtà delle istituzioni.

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