Il nemico in casa

(16 Set 07)

Sergio Romano
Che cosa faceva Beppe Grillo ieri alla festa milanese dell’Unità? Il comico genovese non è soltanto il fustigatore della politica italiana. A Bologna ha dichiarato che non vuole fondare un partito. Vuole distruggerli tutti. Nel suo sito e nelle sue performance non ha fatto distinzioni e non ha trattato gli esponenti dei Ds meglio di quelli di altri partiti. Che cosa faceva dunque, con un suo spettacolo, alla festa annuale di un organismo che è pur sempre, nelle ossa e nel sangue, l’erede del Pci, vale a dire di un partito che fu contemporaneamente, per i suoi fedeli, Dio, patria e famiglia? Un incidente di calendario? È possibile.
Gli organizzatori della Festa lo avevano invitato verosimilmente prima del V-day e hanno forse ritenuto che la cancellazione dell’evento sarebbe stata interpretata come una manifestazione di stizza o codardia. Beppe Grillo, dal canto suo, potrebbe avere deciso di accettare la sfida e stare al gioco. È un provocatore, conosce l’arte del palcoscenico, e ha scommesso con se stesso che avrebbe conquistato e sedotto persino i diessini milanesi. Un comico in tournée sceglie il suo itinerario secondo le dimensioni, l’acustica e la notorietà dei teatri in cui dovrà recitare. La Festa dell’Unità è stata per molti anni il Circo Massimo della politica italiana. Grillo ha scelto il teatro e il suo pubblico, non l’impresario. E ha vinto la scommessa. Eppure dietro l’invito dell’impresario potrebbero esservi motivi su cui vale la pena di spendere qualche riflessione.
Come tutti i partiti, anche i Ds sono preoccupati da un fenomeno che sta strappando al loro controllo una parte importante della società. Ma hanno un particolare motivo d’inquietudine. Fin dalla sua nascita, il partito da cui provengono si è considerato depositario di una grande promessa e titolare della opposizione al sistema politico ed economico. Quando un altro partito ha cercato di conquistare le masse, i comunisti hanno difeso il monopolio della protesta e hanno combattuto duramente i concorrenti. Il loro scontro con la socialdemocrazia e con il fascismo, negli anni Trenta, fu politico e strategico ancor prima che ideologico. Non potevano tollerare che un altro partito s’impadronisse delle piazze, delle fabbriche, del cuore delle ultime generazioni.
È probabile che non abbiano dimenticato la brutta esperienza della contestazione, alla fine degli anni Sessanta, quando temettero di perdere la federazione giovanile e i sindacati. Non vorrebbero che Grillo fosse, con nuovi ceti sociali, l’antesignano di un nuovo «sessantotto », e temono i suoi comizi più di qualsiasi altro partito. Ma i comunisti e i loro eredi hanno sempre dato prova di un robusto e spregiudicato realismo politico. In Germania, durante la Repubblica di Weimar, il partito comunista tedesco scese in piazza, soprattutto a Berlino, insieme al partito nazional- socialista. Da Mosca, quando si accorse che Mussolini, con la guerra d’Etiopia, aveva conquistato il consenso della grande maggioranza degli italiani, Togliatti lanciò un messaggio ai «fratelli in camicia nera». Alla fine del 1946, mentre il movimento dell’Uomo Qualunque sembrava destinato a grandi successi, lo stesso Togliatti esplorò la possibilità di una intesa con il suo fondatore, Guglielmo Giannini (teatrante, anch’egli, come Grillo).
E Massimo D’Alema, nel febbraio 1995, disse che la Lega era «una costola della sinistra». Vizio o virtù, il «dialogo con il nemico», quando il concorrente non può essere eliminato con altri mezzi, appartiene alla cultura politica dei comunisti. E sopravvive, a quanto pare, nel patrimonio genetico degli eredi.

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