Il grande errore

(17 Set 07)

Angelo Panebianco
Riforme non fatte e protesta antisistema
Se si sprecano le occasioni, prima o poi la storia si vendica, presenta il conto. Nella società disgregata, «a coriandoli», secondo la felice definizione di Giuseppe De Rita, convivono, senza contraddizione, cinismo, rassegnazione, cupo pessimismo e movimenti di protesta anti sistema di crescente intensità. Ciò è il frutto del «Grande errore »: il mancato rinnovamento dello Stato negli anni Novanta. Per un certo periodo le conseguenze del grande errore non vennero comprese da molti. Ma nel momento in cui, dal conflitto orizzontale, fra Berlusconi e i suoi nemici, si passa al conflitto verticale, fra settori significativi dell’elettorato e la classe politica, quelle conseguenze diventano drammaticamente evidenti. Dio non voglia che ciò preannunci un nuovo ciclo di violenza.

Nei cinque anni del governo Berlusconi, la disgregazione, comunque in atto, rimaneva nascosta ai più. La società era tenuta insieme da un grande collante: l’odio. Per mezza Italia, al governo c’era l’Uomo Nero, il Caimano. Lo scontro fra le fazioni era feroce. Prima che due politiche, nel Paese si scontravano (credevano di scontrarsi) due antropologie. Era facile, allora, per metà del Paese, attribuire ogni male, grande o piccolo, al ruolo malefico dell’usurpatore, dell’Uomo Nero. Ora che l’Uomo Nero non governa, il conflitto orizzontale ha perso intensità. E la prova deludente del governo di centrosinistra ha modificato la struttura del conflitto: allo scontro orizzontale fra Berlusconi e gli altri si è sovrapposto lo scontro verticale fra settori rilevanti dell’elettorato, soprattutto di sinistra (vedi gli applausi per Beppe Grillo al Festival dell’Unità) e la classe politica. Non potendosela prendere solo con il governo per il quale, in maggioranza, hanno votato, quegli elettori spostano il tiro sul Sistema.
Nei primi anni Novanta, con la fine della Guerra fredda e i conseguenti effetti dirompenti sulla politica italiana, si aprì una «finestra di opportunità» che non fummo capaci di sfruttare a fondo. Non ci fu il passaggio dalla Repubblica dei partiti allo Stato repubblicano. Cambiò il sistema elettorale, venne l’elezione diretta di sindaci e Presidenti di Regione. Ma non fu intaccata l’architettura complessiva. Non ci fu realmente una «Seconda Repubblica».

Per oltre 40 anni i partiti politici erano stati i supplenti, i sostituti funzionali, delle istituzioni statali: la «partitocrazia» al posto dello Stato. A quel sistema dei partiti, quando morì, non subentrarono istituzioni pubbliche rinnovate (un forte governo, amministrazioni pubbliche snelle ed efficienti, eccetera). Ne paghiamo il prezzo. Senza più partiti radicati e forti e con istituzioni sempre inadeguate, sprovviste di autorevolezza, e quindi deboli, la democrazia si trova priva di ancoraggi. Da qui le spinte centrifughe e disgreganti. In mancanza di meglio si tenta ora la strada della ricostituzione dei partiti (il Partito democratico, forse la Federazione della destra). In un Paese di fazioni, si cerca, almeno, di ridurre il numero delle fazioni. È una buona cosa perché la frammentazione fa comunque male.

Ma, forse, è troppo poco. Persino i politici se ne rendono conto e dopo essere stati responsabili del grande errore riprendono l’infinita danza intorno alle «indispensabili» riforme istituzionali da fare. Senza considerare che le parole della politica non servono a costruire consenso e a indicare mete quando sono state logorate per il troppo uso. Ci vorrebbero leader veri, capaci di rischiare, ma il sospetto è che i leader siano stati sostituiti dagli uomini dello spettacolo.

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