Prodi (Franco) l’innovatore

(17 Set 07)

Lucia Annunziata
Se il grillismo è una richiesta di innovazione della politica, potremmo forse oggi assegnare la tessera numero uno di questo movimento allo scienziato Franco Prodi, uno dei grandi esperti mondiali di clima, il quale, incurante di tutte le «compatibilità» che il suo ruolo, le abitudini di questo Paese, nonché il suo nome (è fratello del premier) comportano, incurante cioè di tutte le regole non scritte sulla cui base si riproduce la «casta», ha bombardato il quartier generale in uno dei suoi punti più delicati, uno di quei settori su cui più facilmente si manipola emotivamente il cittadino: l’ambiente.

Perché di questo si tratta. L’intervento di Franco Prodi rompe intanto con i «modi» della politica, quel «sapersi comportare» cui proprio lui, fratello del premier e barone universitario, dovrebbe inchinarsi, in omaggio a quelli che si chiamano interessi collettivi, e che spesso sono solo – come è questo il caso – il rispetto di un precario equilibrio di governo. Basterebbe già questa bruschezza, che ricorda il rigore dei nostri professori di liceo, a iscriverlo fra i riformatori della politica. Ma il merito dello scienziato cresce se si pensa al tema su cui parla, insiste e bacchetta.

Nella moderna politica globale, infatti, l’ambiente è una delle nuove frontiere della riscrittura delle ideologie. Checché se ne pensi nella nostra asfittica Italia, ancora ossessionata da comunismo e fascismo, i concetti di destra e sinistra, nella conquista dei cuori e delle menti della opinione pubblica, si definiscono oggi anche intorno anche allo stato di salute del nostro mondo, dunque di ciascuno di noi, dunque della intera razza umana.

Un potentissimo tema, evocativo, emotivo, semplice, drammatico, che negli ultimi decenni ha finito con il sussumere buona parte delle questioni etiche ed esistenziali che erano tradizionali della politica: come si vive con gli altri, cosa è la collettività, cosa è il bisogno, cosa è il rispetto e cosa l’egoismo. Insomma, cosa è la «vita giusta», quella che permette a ciascuno di vivere bene e non a spese degli altri. E se prima, nel secolo passato, nel mondo dell’industria pesante, il raggiungimento di questa Utopia si misurava con l’indice di povertà, oggi, nel secolo della sovrappopolazione e del divario tecnologico, la vita giusta si misura con il rispetto di un pianeta non appaltato a una sola civiltà, non asservito ai bisogni degli sciacalli, non schiavo delle fonti di energia. Una vita tanto più giusta da raggiungere, in quanto il suo contrario, cioè l’immoralità perfetta, coinciderebbe con la sua stessa estinzione.

Idee, appunto, di un’eticità lampante, che non a caso sono divenute (lo dicono i numeri) il naturale punto di gravitazione intellettuale delle nuove generazioni e hanno ravvivato la passione «politica»: da piccole a grandi campagne, dalla Tav in Italia alla lotta all’Aids in Africa (l’Aids è un tipico problema sociale con conseguenze a forte impatto ambientale), dalle mode come l’ossessione per il biologico, al business del pulito. Il mondo da salvare, che siano balene, paesaggi, indigeni, o uomini grassi, o montagne, o civiltà, o lingue, è la tensione mistica dei nostri tempi: per provarlo basta la storia di un politico, l’Al Gore sconfitto dalla politica tradizionale e rinato al successo in virtù di un solo documentario sui pericoli di morte del pianeta.

Ma proprio perché così vero e così sentito, l’ambiente è oggi anche il tema su cui più facile è manipolare l’opinione pubblica, toccarne le insicurezze più private, i timori del futuro. L’Apocalisse è l’ultimo e definitive Terrore. Come evitare la tentazione, dunque? E infatti, il discorso pubblico sull’ambiente è divenuto troppo spesso apocalittico: un tambureggiare di dati di distruzione, ripreso con goduria dall’informazione, ghiacciai che si sciolgono, città sotto il mare, specie che si estinguono, già qui, ora, misurabili nel caldo di un pomeriggio o nel freddo di una pioggia intensa. Un’oscura litania di morte, di sicuro effetto, e, soprattutto, di ancora maggiore efficacia di consenso politico. Si potrebbe mai attaccare un politico che vuole salvare il mondo, un politico che vuole far respirare bene il vostro bambino? E, infatti, i verdi sono diventati in quasi tutto il mondo una forza politica blindata – e qualunque cosa che riguarda l’ambiente è divenuta uno straordinario business.

Ma queste campagne di tono apocalittico hanno un prezzo, che ora cominciamo a vedere: il disorientamento di quella stessa opinione pubblica. Hanno forse idea, dentro il governo, di cosa ha significato per la gente comune venire a sapere dalla Conferenza sul clima che l’Italia si riscalda più rapidamente di tutto il resto d’Europa? Cosa altro potevano annunciare quelle cifre se non che il nostro Paese sarebbe stato il primo a sperimentare la fine del mondo? A fronte di questo continuo allarmismo, come accusare, o come meravigliarsi, di tutte le comunità che si sono richiuse nel rifiuto di ogni intervento sul loro territorio, si tratti di ferrovie, basi militari o impianti industriali?

L’Italia è ferma, si dice. Ma non è ferma per sua colpa. È ferma perché spaventata e disorientata. Da troppa retorica, da informazioni tanto gridate quanto spesso contraddittorie. Non sappiamo se questo è quel che pensa il professor Franco Prodi, ma è certo che la sua indignata precisazione rompe l’ombra dell’Apocalisse. E ci regala un po’ di serenità: non perché lui sostenga che il pericolo non esiste, perché il pericolo c’è; ma perché, riportandolo a metodologie certe (la scienza) e a dimensioni reali, lo strappa all’Incubo, per riconsegnarlo agli uomini.

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