La politica rovesciata

(17 Set 07)

Riccardo Barenghi
Rapidissimo, come nessuno si aspettava, Beppe Grillo ha fatto il suo primo salto mortale: scende in politica. Anzi, non esattamente: invita il suo popolo a farlo, a condizione però che rispetti i requisiti che tra qualche giorno lo stesso comico genovese metterà in rete. E il suo popolo, i cosiddetti grillini, già si divide: chi è d’accordo con entusiasmo e chi invece si sente tradito. A questi ultimi la politica fa talmente orrore che chiunque, anche se si tratta del nuovo leader della protesta contro questa (e sottolineiamo questa) politica, scenda in qualche modo nell’agone diventa automaticamente uno di loro. Un ladro, un corrotto, un uomo che cerca solo il potere, insomma un mascalzone.

È un bel paradosso per Grillo, trovarsi nello spazio di una settimana da grande inquisitore della brutta politica – con molte ragioni nel fondo ma con alcuni torti nel metodo e nel linguaggio – a leader politico. E dunque passare da campione dell’antipolitica a vittima della stessa, insomma di se stesso.

Dopo di che, figuriamoci, se i cittadini decidono di fare politica in prima persona non si può che esserne contenti, se formano liste civiche, se si mettono in gioco direttamente, costringendosi a sporcarsi le mani (perché la politica è purtroppo anche questo), se tentano nelle forme che troveranno più adatte di entrare nel gioco e cambiarne metodi e contenuti, a cominciare proprio dai partiti che la politica governano, non si può che guardare con attenzione a questo esperimento. Riuscirà, non riuscirà, è presto per dirlo. Anche se la nostra storia ci insegna che la democrazia diretta finora non ha mai funzionato.

Troppo forti sono sempre state, e sono tuttora, le maglie dei partiti perché qualcun altro dall’esterno riesca a infilarcisi dentro. A meno che non faccia un suo gioco personale, utilizzando la leadership che si è conquistato nella società civile per poi rapidamente omologarsi e «vendersi» il suo patrimonio sociale e popolare in cambio di un qualche posticino nel mondo che conta. Anche qui la storia e la cronaca sono piene di esempi del genere. Ma sostenere che pure Beppe Grillo finirà così sarebbe disonesto e pregiudiziale, almeno fino a prova contraria alla quale speriamo sinceramente di non dover assistere.

Non è mandando a quel paese i partiti che si salva l’Italia, ha detto giustamente ieri Piero Fassino nel suo ultimo discorso da segretario dei Ds. In contemporanea è arrivata l’ultima proposta di Walter Veltroni, fuori i partiti dalla Rai, basta con il Consiglio di amministrazione lottizzato, facciamo un amministratore unico e lasciamo che l’azienda lavori libera da lacci e lacciuoli. Hanno ragione entrambi. Ma viene da chiedere a Fassino: chi ha mandato a quel paese i partiti, Grillo o milioni di cittadini italiani che da anni dimostrano un’insofferenza e un distacco sempre più radicali? E viene da chiedere a Veltroni: perché non ha fatto questa proposta vent’anni fa, quando era responsabile informazione del Pci, o dieci anni fa, quando era vicepremier e la Rai di allora fu lottizzata a sua immagine e somiglianza? E a entrambi: non pensate sinceramente che il vaffanculo (per esteso, senza ipocristie verbali) che oggi vi arriva sia soprattutto colpa vostra e dei vostri colleghi, a sinistra come a destra?

L’antipolitica che da almeno quindici anni serpeggia, e a volte esplode come in questi giorni, non è solo una reazione alla politica. Questo è quel che si vede in superficie e facilmente si registra e commenta. Ma il problema è più grave e più serio: ossia che la politica è ormai diventata il suo contrario. Con i suoi metodi, i suoi privilegi, la sua chiusura nel Palazzo, il suo essere impermeabile a qualsiasi voce cerchi di penetrarla, la sua totale autoreferenzialità, inefficacia, incomprensibilità. Se non si capisce questo, non si capirà mai perché tredici anni fa è arrivato Berlusconi e oggi, dall’altra parte, Grillo. E la politica continuerà a barcamenarsi, cercando risposte difensive e contingenti, dimostrandosi sempre più debole, incapace di affrontare sul serio la sua crisi. A meno che non riesca miracolosamente a fare un’operazione di verità, prendendo atto di un fatto doloroso ma ormai palese: cioè di essere essa stessa l’antipolitica.

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