Anni di guerra e di blog

(16 Set 07)

Barbara Spinelli
Anche se la strategia militare di Bush è tornata a infiammare gli Stati Uniti, in Congresso e sulla stampa, quasi si direbbe che la guerra antiterrorista proclamata con solenne convinzione sei anni fa, subito dopo l’attentato alle Torri di New York, si sia smarrita in una sorta di nebbia, e anzi sia divenuta a sua volta nebbia: inafferrabile, opaca, informe, disorientante. Chi parlò di quarta guerra mondiale dovrà ricredersi, perché la permanente emergenza militare-poliziesca non rimanda a conflitti precedenti. È diversa l’essenza dell’odierno conflitto, è diversa la figura del nemico, è diversa la percezione del tempo, del luogo, della realtà, delle vittorie, delle sconfitte. È inedito, infine, l’effetto del conflitto non solo sui regimi democratici ma sulla vita quotidiana d’ogni cittadino, sorvegliato come accade di rado in democrazia. Considerare la guerra anti-terrorista un prolungamento della prima, della seconda e della terza guerra (quella fredda) si sta rivelando un’analisi comoda e cieca: un’analisi che non vede le metamorfosi in atto nelle democrazie e nei cervelli di ciascuno.

Il termine che più s’addice a questa strana guerra è probabilmente quello che Carl Schmitt usò per descrivere l’incommensurabile visione del bene in Dostoevskij, contrapposta al severo formalismo del cattolicesimo: visione caratterizzata da una gestaltlose Weite, una vastità senza forma. Tale è la guerra nella quale siamo immersi, e la sua assenza di forme (cioè di limiti spazio-temporali) spiega come mai viviamo accanto a essa senza più vederla davvero, senza più prender nota delle sue vittime.

Non ne prendiamo nota perché si è infiltrata negli interstizi delle nostre esistenze come polvere caliginosa. Perché il suo essere è fuori dallo spazio, dal tempo, come le forze malefiche di Lovecraft: imprendibile, ineffabile, ovunque incombente. Alcuni elementi di guerre precedenti sono naturalmente presenti. L’estendersi della menzogna e l’uso politico della paura, in primo luogo: non solo le menzogne iniziali ­ sulle armi di distruzione di massa e sui legami di Saddam con Al Qaeda ­ ma un disinformare ormai incessante, sulle guerre e i pericoli più svariati. Il generale Petraeus che guida le operazioni in Iraq e che ha appena testimoniato al Congresso sostiene che la situazione è assai migliorata, dopo l’aumento delle truppe deciso in gennaio, e invece morti e violenze si son moltiplicati. Ha accennato a «incubi umanitari» in caso di ritiro, ma l’incubo già c’è: milioni di iracheni son fuggiti in altri Paesi.

Il concetto di vittoria oscilla, così come sin dall’inizio ha oscillato l’idea della guerra: era guerra vera? E se sì, che vittoria ci si proponeva? Al momento, la vittoria si riduce a un risultato minuscolo, ben modesto: l’accordo in una provincia, quella di Anbar, tra militari Usa e capi tribù sunniti che hanno rotto con Al Qaeda. La provincia rappresenta meno del 5 per cento della popolazione, e l’accordo già vacilla: giovedì è stato ucciso il capo tribù che aveva negoziato con gli Usa, lo sceicco Abdul Sattar Buzaigh al-Rishawi. Nuove sono invece la natura apocalittica di questa guerra e la determinazione a protrarla indefinitamente, con lo scopo di accrescere poteri centrali fatiscenti: «Durerà generazioni», ha confermato Bush in gennaio. Essa non ha fine né frontiera, perché gli obiettivi non sono indicati e gli orologi son discordanti: non stupisce che la metafora dei due orologi ­ quello di Baghdad, quello di Washington ­ sia ricorrente nelle parole di Petraeus. È indefinito l’esordio bellico, perché siamo abituati a considerare l’attacco alle Torri come principio di tutto, sebbene la guerra cominci in realtà negli Anni Ottanta: quando gli americani armarono gli islamisti radicali in Pakistan per debellare i sovietici in Afghanistan.

Anche questo svapora negli interstizi. I gihàdisti che da sei anni minacciano l’Occidente erano i più osannati alleati dei governi Usa, fino all’11 settembre. A loro andarono soldi, elogi, millenaristi manuali islamici pubblicati in America. Reagan paragonò i mujahiddin afghani ai Padri Fondatori americani. Se questo è vero, paragonare Al Qaeda a Hitler è insensato: le democrazie furono più che ambigue nel ‘38, ma non a tal punto complici e finanziatrici. Né indulgevano nell’escatologia dell’Armageddon, che oggi dilaga. Dilagò nel 2001, quando Bush e Condoleezza Rice dissero che con Saddam si rischiava il «fungo atomico». Il 28 agosto 2007 Bush ha insistito, anticipando a proposito dell’Iran un «olocausto nucleare».

Ma la novità maggiore è la ripercussione sulle vite private, il formarsi d’una «generazione-paura» come l’ha chiamata il regista tedesco Peter Zadek. Non solo la verità è la prima vittima della guerra, ma il regno della necessità si è esteso in maniera abnorme, riducendo gli spazi del libero pensiero, della libera critica, dell’individuo. Ogni opinione contraria è definita anti-patriottica, non solo in America: tanto forte è l’incitazione al conformismo, alle unanimi censure liquidatorie, non solo nel linguaggio politico ma in gran parte dei giornali (l’autocritica della stampa è forte in Usa; è assente in Europa e Italia). Il settimanale Die Zeit scrive che siamo vicini al «delitto di cambio d’opinione», dopo gli attentati sventati in Germania e architettati da terroristi tedeschi convertiti all’Islam. Infatti il nemico di questa guerra senza fine non è solo fuori: è in casa, come in Inghilterra e Germania. È la ragione per cui in questi anni si sono enormemente dilatate le sfere dove la libera critica, l’informazione e le proposte alternative s’esprimono senza censure e autocensure: le sfere alternative dei blog, le iniziative cittadine, il dissacratore sito YouTube creato nel 2005.

L’impresa Beppe Grillo è parte di questo vasto fenomeno (il suo sito è tra i più popolari del mondo: creato anch’esso nel 2005, è annoverato dal settimanale Time tra gli «eroi europei per gli sforzi e il coraggio nel campo dell’informazione pubblica») e accusare la sua avventura di antipolitica è come riproporre un dizionario dei luoghi comuni alla Flaubert. La sua è piuttosto contro-politica, come la chiama Pierre Rosanvallon in un saggio sulla politica nell’era della diffidenza (La Contro-democrazia, Parigi 2006). Sono itinerari che arricchiscono la democrazia in un momento di smarrimento e conformismo delle élite (comprese le élite di giornali scritti e audiovisivi), come lascia intendere Arrigo Levi in un lucido articolo pubblicato ieri su La Stampa («Ma Grillo fa bene alla democrazia»). L’arricchimento avviene attraverso l’astuzia, così familiare a comici di tutte le epoche e regimi (dal francese Coluche all’antisovietico Arkadi Rajkin, evocato da Levi). Questi eterodossi spazi internet sono attaccati, ovunque. Significativo è quel che accade ultimamente in Germania: una legge proposta dal governo prevede il controllo di tutte le attività online. Anche questo è un effetto della guerra che non dice il suo nome, e che non può esser chiamata, per questo, quarta guerra mondiale. Infatti è guerra e non-guerra. È politica estera e interna-poliziesca. Di volta in volta i suoi demiurghi la dichiarano vittoriosa ma per subito aggiungere, come Bush nel messaggio al Congresso il 13 settembre, che l’«emergenza nazionale continua».

Per questo è così importante riconoscere che invece è fallita. Lo spiega molto bene Michael Ignatieff, in un bellissimo articolo sul New York Times del 5 agosto 2007. Inizialmente favorevole alla guerra, Ignatieff ha scoperto che tutto quel che aveva immaginato più che pensato era sbagliato: fu travolto dall’emozione, e in politica l’emozione inquina; aveva fantasticato pericoli, e ignorato il principio di realtà. Aveva creduto nella guerra umanitaria e morale, per poi scoprire che la morale è una sola: morale è chi calcola le conseguenze delle proprie azioni, non chi compiaciuto s’installa nel bene. Riconoscere i propri sbagli e fallimenti è l’atteggiamento veramente morale, oltre che politico («Più utile dell’imperativo morale è la responsabilità per le conseguenze», scrive l’editorialista del blog contropagina.com. Una constatazione cui si potrebbe aggiungere: non solo più utile, anche più decente). Chi non riconosce gli errori, chi come Bush presenta il ritiro delle truppe come vittoria, resta intrappolato nella guerra senza fine e senza forma, che durerà «molte generazioni». Solo fissare il limite e riconoscere l’errore riporta la guerra alla sua dimensione normale: rendendola non inesauribile ma esauribile, non apocalittica ma terrena, non fantasticata, dunque ideologica, ma reale.

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