Ma Grillo fa bene alla democrazia

(15 Set 07)

Arrigo Levi
Che Beppe Grillo, sicuramente un comico brillante, abbia però detto, al V-day, diverse sciocchezze (lui userebbe un altro termine più vigoroso), è stato chiaramente spiegato da Andrea Romano e da Giampaolo Pansa su questo giornale, da Eugenio Scalfari su «la Repubblica», e da altri ancora. Forse sarebbe stata utile anche una risposta argomentata su ciascuna delle cose da lui dette o proposte, come gliela diede Carlo Azeglio Ciampi nel ’97, quando seppe che Grillo, in un suo spettacolo, lo chiamava «the chicken», perché, diceva, «si era fatto spennare» al tempo della svalutazione della lira nel 1992. Ciampi prese la penna in mano, e gli scrisse una lettera lunga e cortese, spiegandogli, con sovrabbondanza di argomentazioni tecniche, ragioni, cause ed effetti di quella decisione, che non aveva affatto comportato lo «spennamento» di cui parlava Grillo. Il quale, suppongo, non capì nulla di quelle spiegazioni, ma telefonò a Ciampi ringraziandolo con molto garbo: tanto che fra i due scattò una sorta di istintiva simpatia.

Capita anche a Grillo, ovviamente, di dire cose giuste, e una sua risposta ai molti che l’avevano accusato di fare col popolo del V-day dell’«antipolitica» va citata.

Altro che antipolitica – ha scritto sul suo blog – quel popolo andrebbe ringraziato. È la valvola di sfogo di una pentola a pressione che potrebbe scoppiare. Un momento di tregua per riflettere sul futuro, un momento di democrazia». È un argomento non molto distante da quello di Ilvo Diamanti, che ha osservato come molti dei politici che «deprecano con parole sprezzanti la cosiddetta “antipolitica” se la prendono con la propria base; e quando definiscono il V-day una risposta al vuoto della politica, senza volerlo parlano di se stessi. Dovrebbero prenderne atto e agire di conseguenza».

Tutto questo induce a riflettere su quello che è una democrazia. La democrazia, nel senso moderno del termine (per gli antichi la democrazia era il malgoverno del popolo, e non il regno della libertà e del buon governo), è un frutto raro della storia umana. Solo qualche anno fa un istituto di ricerche annunciò che, per la prima volta, c’erano al mondo più democrazie di qualsiasi altro modello di governo. Ma proprio perché le vere democrazie sono, nella storia del mondo, una rarità (e poi ci sono anche le mezze democrazie, le pseudodemocrazie, le false democrazie e via dicendo), non siamo ancora molto sicuri di capirne bene il funzionamento.

In genere, le democrazie non hanno buona stampa. I popoli che vivono in democrazia tendono a vederne soprattutto i difetti, le manchevolezze rispetto a un modello ideale, forse irrealizzabile (vedi i tifosi di Grillo). Gli studiosi che confrontano le democrazie con gli altri sistemi politici tendono a giudicarle deboli, fragili, destinate a crollare sotto l’avanzata dei «golem» totalitari. Le democrazie erano date da molti sicuramente per perdenti negli Anni Trenta, a confronto col nazi-fascismo. Erano date di nuovo per perdenti fino agli Anni Ottanta nel confronto con il comunismo. Capitò così – do solo un esempio, ve ne sono altri – a Jean-François Revel, che pure era arguto e intelligente, di scrivere un libro intitolato «Come finiscono le democrazie» nel 1983: pochi anni dopo cadeva, per sua sfortuna e fortuna, il muro di Berlino. Ancora una volta la democrazia, che Revel aveva dato per comatosa, aveva vinto. Come e perché, negli Anni Trenta come negli Anni Ottanta e Novanta, le democrazie non siano state sconfitte, è ancora in discussione. In parte hanno vinto, oltre che per i propri meriti, per i difetti (che gli specialisti conoscevano da tempo) del sistema avversario. In parte hanno vinto perché la democrazia, come sistema politico, è, sì, fragile e imperfetta; ma è anche astuta.

Io penso che anche Beppe Grillo e i suoi fans siano strumenti più o meno consapevoli dell’astuzia della democrazia. Probabilmente lo fu anche, a suo tempo, l’Uomo qualunque, il partito fondato da Giannini, al quale Grillo con i suoi tifosi è stato correttamente paragonato, non solo per la scurrilità del linguaggio. Nelle storiche elezioni del 2 giugno del ‘46 l’Uomo qualunque prese una barca di voti. Ma presto scomparve. Probabilmente, la cometa dell’Uq lanciò un segnale di disagio non inutile per la nostra giovane democrazia. Il fatto è che la democrazia, cioè la libertà, che permette a tutti di dire quel che pensano, è capace, a volte, di usare anche il vociferare dei suoi critici e nemici come strumenti del proprio risanamento.

Ricordo i successi clamorosi che aveva, in epoca krusceviana, quando si aprirono piccoli spiragli di libertà, un comico famoso, Arkadi Rajkin, «il Chaplin sovietico» – a cui molto era consentito perché era stato un eroe della resistenza a Leningrado, con tanto di Premio Lenin – quando, nei suoi spettacoli, metteva spietatamente in ridicolo il sistema sovietico e le goffaggini della burocrazia (della «casta», diremmo noi). Il potere, per un po’, lasciava fare; ma non seppe capire e far uso delle entusiastiche acclamazioni (rivelatrici, per noi osservatori occidentali, di cosa pensassero veramente i russi del potere comunista) che salutavano ogni performance di Rajkin.

Accade che le dittature siano stupide. Mentre la democrazia è astuta. O almeno, può esserlo: se è vera democrazia (e se non appare all’orizzonte un personaggio dall’infernale carisma, come quelli che, negli anni della mia giovinezza, distrussero, a furor di popolo o con la forza, democrazie apparentemente consolidate), le critiche, anche quelle eccessive, le fanno bene. Però mi riesce ugualmente difficile concludere dicendo: grazie Grillo.

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1 Response to “Ma Grillo fa bene alla democrazia”


  1. 1 I compagni della FAI di Palermo e Trapani settembre 16, 2007 alle 9:50 pm

    In un suo intervento su Repubblica di mercoledì 12 settembre, Eugenio Scalfari si è preso la briga di avventurarsi in improbabili comparazioni tra il fenomeno del “grillismo”, come lui lo chiama, e due tendenze storiche dell’anarchismo, l’anarco-individualismo (ma forse intendeva l’individualismo anarchico) e l’anarco-sindacalismo.
    Noi sappiamo bene che Scalfari non è né ignorante né sprovveduto, quindi non possiamo fare altro che prendere atto della sua deliberata intenzione di attaccare l’anarchismo, come pensiero filosofico e movimento politico, svilendolo e rinchiudendolo nei soliti e qualunquisti cliché. Scalfari fa riferimento all’anarchismo definendolo “virus”, “valvola di sfogo” fino alla prevedibile accusa di anacronismo. La premessa, inconsistente come la conclusione che ne deriva, è che in Italia «c’è una lunga tradizione di “tribuni” e capi-popolo, un germe che ha messo radici da secoli e che rimane una latenza costante nell'”humus” anarcoide e individualista della nostra gente».
    Questo attacco al pensiero anarchico è piuttosto fuori luogo non solo nel merito delle considerazioni avanzate, ma soprattutto perché viene usato nell’economia di un’argomentazione rivolta contro Beppe Grillo e il suo V-Day con i quali gli anarchici non hanno proprio nulla a che fare.
    Scalfari saprà senz’altro che l’anarchismo è portatore di una visione e di una pratica rivoluzionaria antigerarchica, che rifugge ogni leaderismo, che disprezza i capipopolo e i tribuni, e che si fonda sulla piena assunzione di responsabilità dell’individuo. Una responsabilità che non è né autoreferenziale né ostile al senso di comunità, ma che mira solidalmente alla trasformazione radicale della società in vista della piena uguaglianza e della piena libertà per tutti. Non per fare un mondo senza regole o in preda a invasioni barbariche, ma per realizzare un mondo in cui le regole emergano dal basso e siano scelte e condivise da tutti per il bene di tutti. Scalfari certamente non condividerà né apprezzerà il messaggio etico e politico dell’anarchismo, ed è liberissimo di farlo, ma usare le idee libertarie come termine di paragone negativo per assimilarle al V-Day ci pare davvero strumentale. Non c’è nulla di anarchico o libertario nel V-Day, e ciò è evidente nell’orizzonte parlamentarista, istituzionale e legalista in cui questa mobilitazione si è consumata (una proposta di legge che – nelle intenzioni dei promotori – dovrebbe servire né più né meno a migliorare e rendere più efficiente la democrazia rappresentativa), e nella dinamica spiccatamente leaderistica che la caratterizza. Da anarchici non possiamo che apprezzare l’insofferenza popolare per il potere o le storture della democrazia, ma questa insofferenza di per sé non può definirsi automaticamente anarchica se non si carica di un progetto e di una volontà rivoluzionaria di cambiamento al di fuori di ogni istituzione e contro ogni gerarchia.

    I compagni della Federazione Anarchica Italiana di Palermo e Trapani

    giustiziaeliberta@interfree.it

    15/09/2007


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