Le università della mala vita

(15 Set 07)

Alfio Caruso
Non stupisce che la famiglia e la scuola producano virgulti pronti a incominciare con un ributtante imbroglio il lungo percorso verso una professione delicata. Non stupisce che l’università e la presunta società civile innalzino a ruoli di responsabilità, dove la figura di medico s’intreccia addirittura a quella di docente, altezzosi mestieranti disposti a vendersi per qualche migliaia di euro. Non stupisce che lo scandalo degli esami di ammissione alla facoltà di medicina induca i soliti cultori dello sfascio a chiedere l’abolizione di queste prove anziché la loro correttezza. Stupisce, viceversa, lo stupore del ministro Mussi e dei suoi collaboranti nel rilevare che a Messina, a Catanzaro, a Bari abbiano abusato nella truffa.

Eppure dalle parti del ministero dovrebbero sapere che l’unica azienda florida di Messina è il Policlinico universitario, che il business principale è rappresentato dai suoi fondi, gestiti da un variopinto conglomerato in grado da quarant’anni di dettare legge. Nel nome dei piccioli si sono alleati uomini di Cosa Nostra e uomini della ‘ndrangheta, assieme a loro dinastie di cattedratici di gran fama: un’agape doviziosa, cementata – inutile dirlo – dalla comune appartenenza alle logge massoniche. E quando si parla di compassi e di grembiulini a Messina bisogna ricordarsi che dopo le stragi mafiose del ‘92, il gran maestro Orazio Catarsini, presidente del collegio dei Maestri Venerabili, sottopose ai «fratelli siciliani» un documento di condanna, ma il documento venne respinto. Non è dunque casuale che per decenni sia stato direttore sanitario del Policlinico il professor Salvatore Navarra. Ma sì, un fratello del dottor Michele, detto «u Patri Nostru» il riverito boss di Corleone, il grande capo di Leggio, di Riina, di Provenzano prima che questi gli si ribellassero. Furono il suo assassinio e lo sterminio della cosca a indurre il professore Navarra a cambiare aria spostandosi prima a Catania e poi a Messina.

La confraternita è così spessa e impermeabile da aver inghiottito l’omicidio di un medico notissimo, il professor Matteo Bottari, imparentato con gli Stagno D’Alcontres, crocevia fondamentale del potere sulle due sponde dello Stretto. D’altronde rientrava nella normalità messinese che Dino e Aldo Cuzzocrea, fratelli di Diego, il rettore del tempo, fossero i principali fornitori della farmacia del Policlinico. Ed era anche inutile protestare essendo la procura retta dal cognato, Antonino Zumbo. Cambiati il rettore e il procuratore, l’ateneo è rimasto nel centro del mirino per la vendita di esami, di tesi di laurea, di dottorati, l’ultima inchiesta è dell’agosto scorso. Nelle pieghe di un’indagine capita che ci scappi qualche pistolettata alle gambe quale promemoria. E ci si meraviglia se a Messina fioriscono nei test d’ammissione gli studenti più preparati d’Italia?

Catanzaro non può vantare eguale pedigree, tuttavia ci sarà stato un motivo se per anni è stata la sede più affollata negli esami da procuratore legale. Arrivavano da tutt’Italia, specialmente dalle località dove coltivavano l’antipatica abitudine di bocciarne uno su tre. Di conseguenza, da Bressanone ad Aosta erano ben felici di scendere nel Meridione generoso e ospitale per antonomasia. E tanta fiducia degli aspiranti avvocati riceveva il premio d’una media promozione altissima, senza confronti con il resto del Paese. All’università di Bari hanno creato i corridoi dedicati alla stessa famiglia, cioè con le targhette dei professori dove si ripete dall’inizio alla fine lo stesso cognome: professore il padre, professore il figlio, professore il nipote, professore il cugino, professoressa la nuora. Una forma di familismo cattedratico, che nella presunta culla del diritto viene ritenuto una sorta di benefit dovuto al capostipite assurto al rango di barone.

Le testimonianze in accumulo sui blog ci raccontano che le porcate sono avvenute in ogni ateneo. Quindi, ammesso e non concesso che l’università italiana lo meriti ancora, meravigliamoci per Parma e Milano, per Roma e Genova, per Torino e Padova. Ma per Messina, Catanzaro e Bari proprio no. Caso mai, ci avrebbe dovuto meravigliare il contrario.

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