Genitori equilibristi a scuola

(13 Set 07)

Chiara Saraceno
In Italia la maggioranza dei bambini in età pre-scolare ha entrambi i genitori (o l’unico con cui vive) occupati. Ciò è vero particolarmente nelle regioni e nelle grandi città del Centro-Nord. È un fenomeno consolidato da diversi anni. Si potrebbe quindi pensare che le politiche sociali e scolastiche si siano attrezzate – organizzativamente e culturalmente – per far fronte ai bisogni di cura e educazione di bambini che non hanno almeno un genitore disponibile a tempo pieno. Si tratta di quelle famose «politiche per la famiglia» e di «conciliazione tra responsabilità familiari e impegni lavorativi» tanto auspicate anche a livello europeo, come corollario indispensabile di un modello di società in cui tutti gli adulti sono inseriti nel mercato del lavoro. Invece, i genitori dei bambini in età prescolare, ma anche più grandicelli, dopo un’estate in cui hanno fatto giochi di equilibrio per far quadrare ferie lavorative e vacanze scolastiche, spesso grazie ai nonni, si trovano non solo di fronte a un’offerta di servizi tanto più scarsa quanto più piccoli sono i bambini, ma anche a un’organizzazione di quelli che ci sono pochissimo amichevole, in un intreccio perverso tra semplice disorganizzazione e ideologia pura.

Da un lato ci sono scuole che iniziano a singhiozzo, con orari parzialissimi, insegnanti non ancora assegnati, mense non funzionanti. Come se l’inizio della scuola fosse un’emergenza non prevedibile e non pianificabile. Del resto, la scuola è l’unica «azienda» in cui un lavoratore può pretendere che gli venga tenuto il posto (il «ruolo», «la cattedra») anche se lui/lei non ci andrà mai, perché nel frattempo fa il supplente da un’altra parte, più comoda, mettendo in moto una girandola infinita di supplenze con buona pace dei diritti dei bambini e degli studenti. Dall’altro lato, specie per i più piccini, l’ideologia dell’«inserimento» come processo che richiede tempi lunghi e uguali per tutti è utilizzata con altrettanta durezza e acriticità dalle educatrici e insegnanti di quella opposta, secondo cui «un bel pianto non fa male a nessuno» in voga ancora negli Anni 70: quando si dovevano lasciare i figli all’ingresso della materna, sin dal primo giorno, senza fare un passo in più, ché ci avrebbero pensato le maestre. Oggi, un «buon inserimento» non solo al nido, ma anche alla materna può richiedere da dieci giorni a due settimane, durante le quali il bambino frequenta a piccole dosi, spesso con la presenza di un genitore, e per il resto del tempo i genitori devono arrangiarsi: con ferie residue, finte malattie, oltre ai soliti nonni se presenti e disponibili. C’è chi porta i figli in ufficio, chi arruola a turno i due set di nonni, chi usa le amiche, chi alterna le varie soluzioni. Se i figli sono più di uno i problemi sono ancora più complicati.

Ciò che colpisce non è solo l’assoluta indifferenza per i problemi organizzativi dei genitori (in prevalenza madri, ma vi sono anche non pochi padri), con annesso, neppure tanto velato, giudizio negativo per quelle madri che vorrebbero accelerare i tempi. Passano gli anni, cambiano i modelli di comportamento femminile e di organizzazione familiare, ma il potere di giudizio di adeguatezza materna da parte delle maestre ed educatrici sembra perpetuarsi intatto da una generazione all’altra, nonostante l’enorme e pregevole lavoro di formazione fatto negli ultimi decenni soprattutto da parte di associazioni professionali. Colpisce anche la, paradossale, sottovalutazione dei problemi di adattamento dei bambini che una simile situazione può creare, anziché risolvere: perché non li aiuta elaborare un ritmo riconoscibile alla loro giornata e li costringe a essere sballottati tra un posto e l’altro, tra una persona e l’altra. Una migliore organizzazione, e un po’ più di flessibilità nell’applicare modelli astratti farebbero miracoli sia per migliorare l’inserimento, sia per aiutare i genitori, e in particolare le madri, nel quotidiano equilibrismo che regola le loro vite complicate. E forse non le scoraggerebbe, se lo desiderano, dal fare quel figlio in più tanto auspicato da demografi e politici.

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