La politica che si lascia umiliare

(10 Set 07)

Andrea Romano
Di fronte alle adunate del Vaffa-day di Beppe Grillo viene quasi nostalgia di Nanni Moretti e dei suoi girotondi. In fondo quei cinquantenni un po’ su di giri che si tenevano per mano, tutti fieri della propria superiorità morale, si limitavano a prendere di mira il pezzo di classe dirigente del centrosinistra a cui imputavano il ritorno di Berlusconi al potere.

Oggi siamo alla colonna infame con una spolverata di Internet, che travolge ogni distinzione reclamando gogna e scudisciate per tutti coloro che osano pensare che la democrazia sia fatta di rappresentanza e di partiti.

È una curvatura nuova nell’uso pubblico dell’antipolitica, con l’organizzazione anche scenografica del qualunquismo e un ruolo di direzione sempre più marcato da parte della gente di spettacolo.

Naturalmente nel mondo dello spettacolo ci si limita a fare il proprio mestiere, e c’è dunque chi riesce a capitalizzare le posizioni di visibilità che su questi temi ha saputo costruirsi negli anni. Il problema, quello vero, è invece della politica italiana. La cui debolezza ha raggiunto abissi tali da rendere minacciose manifestazioni che in condizioni normali sarebbero valutate con il solo metro dell’efficacia teatrale. Perché l’Italia non è certo l’unico paese in cui si creda che in politica «è tutto un magna magna» o che il Parlamento sia prima di tutto il luogo del privilegio. Sono pensieri diffusi nelle opinioni pubbliche di ogni paese democratico, dove la libera circolazione delle idee permette anche al qualunquismo di avere una sua dignità. Ma solo in Italia, tra i grandi paesi europei, quelle espressioni dell’impotenza civile diventano parole d’ordine con cui fare seriamente i conti nel Palazzo.

L’antipolitica è un male antico del nostro paese, debole di istituzioni e nuovo all’educazione democratica, e negli ultimi quindici anni la sua recrudescenza è stata direttamente proporzionale alla debolezza di una politica che non ha più saputo uscire dalla crisi in cui è precipitata nel 1992. Il paradosso è che tutti i diversi abitanti del Palazzo si sono resi conto del fenomeno, scegliendo di utilizzarlo per proprio tornaconto o di demonizzarlo senza grandi risultati.

Tra i primi, Silvio Berlusconi è stato certamente il più abile nel trarre dall’antipolitica di massa il carburante della propria fortuna politica. Ancora oggi che può vantare una carriera parlamentare ultradecennale, invidiabile persino per molti dei famigerati «quadri di apparato» con cui ama polemizzare, il Cavaliere è molto attento a conservare la veste di impolitico che volle indossare al momento della discesa in campo. Ne conosce perfettamente il valore sul mercato del consenso e si guarda bene dal dismetterla prima del tempo.

Ma anche nel centrosinistra l’antipolitica si è ricavata in questi anni una sua posizione di forza, nonostante la battaglia dichiarata e combattuta contro di essa – soprattutto da Massimo D’Alema – in nome del valore democratico del professionalismo politico e della rappresentanza di partito. Quella crociata non è andata lontano, per la somma di velleitarismi e incoerenze di varia natura, mentre il moralismo e il senso di superiorità antropologica che la sinistra post-comunista ha ereditato dal berlinguerismo sono rimasti ben piantati nel corpo dei suoi dirigenti.

È dunque una politica debole quella che si fa umiliare da Beppe Grillo, dal cupo calderone forcaiolo nel quale trovano spazio e risate perfino le accuse a Marco Biagi. Ma la responsabilità non va cercata nel senso comico di colui che fu un tempo un cabarettista di valore e che oggi somiglia a quella che Gramsci chiamava «la donnetta che costruisce stregonerie» a uso dei subalterni. In altre circostanze il Vaffaday sarebbe stato recensito nelle pagine dello spettacolo, probabilmente con qualche stroncatura. Oggi, in mancanza di quella politica autorevole perché forte delle sue convinzioni e delle sue responsabilità, l’antipolitica può permettersi anche quest’ultimo e spettacolare trionfo.

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