La paura che divora

(9 Set 07)

Barbara Spinelli
La sensazione d’insicurezza che si prova per strada in città, il difficile convivere in una società divenuta meno omogenea e prevedibile, la risposta fattuale che si vuol dare alla paura, questo fatto che sembra dilagare ed è trattato ormai alla stregua d’un dato incontrovertibile, di una fatale necessità che non si può analizzare né discutere: la sinistra è alle prese con simili dilemmi, e ne è come sommersa. È come se il mondo si riducesse a quest’unico assillo, che invade l’intero campo del pensiero, dell’azione. È come se il nascente Partito democratico non avesse altro scopo che questo: divenire partito che nutre la paura e se ne nutre, con lo stesso agitato nervosismo della destra. Alcuni parlano addirittura di panico, che è parola adatta a eventi straordinari ed è sempre più usata. Ci sono perfino porte anti-panico, negli ospedali. Ci sono sempre più persone che sentono inquietudine, e disinvolte la chiamano panico. Il politico moderno galleggia su questa parola divenuta ordinaria, come tappo di sughero che sfida le maree grazie alla propria volubile leggerezza. Non vuol urtare questa grande emozione che gli giunge amplificata da voci, giornali, impaurenti immagini tv. Se medita in silenzio sa che le città non sono quell’inferno, che in giro c’è tanta esagerazione. Sa che il fascismo non è alle porte e che l’assalto alle Torri di New York non accade ogni giorno, ma per qualche ragione preferisce farsi assillare dalla paura e tenerla accesa anziché esaminarne le radici, far pedagogia, rimediare con un’applicazione puntuale delle leggi esistenti. Molta parte della sinistra – quella definita riformista – sembra ritenere che qui sia il pensiero nuovo da abbracciare e impersonare. Che qui siano i fatti reali finora trascurati. Non ha torto: la paura è oggi un dato cui occorre dar risposte pubbliche, non private e della coscienza. Ma sulla natura e sul perché di questo dato vale la pena interrogarsi e non è affare solo di sociologi e sinistre estreme. Il calcolo politico o partitico che è dietro tale assillo non è in fondo quel che conta. Non interessa sapere se i riformisti o i sindaci che chiedono poteri supplementari vogliano silurare Prodi, o scaricare la sinistra radicale, o patteggiare sottobanco con la destra e il suo elettorato. Quel che interessa è sapere se l’assillo risponda al vero o a un’esasperazione. Se il pensiero presentato come nuovo sia effettivamente nuovo o no; se sinistra e destra davvero non debbano distinguersi sulla sicurezza; se una repressione indiscriminata dei reati più diversi sia un dogma o qualcosa che il pensiero può analizzare, confutare, senza subito essere accusato di idealismo, di astrazione, di cosiddetto benaltrismo («il problema è un altro»).

Quel che interessa è sapere se l’ordine pubblico s’aggiunge a altri temi o sia ormai tutto il programma del Partito democratico; se quest’ultimo intenda vivere nel solo presente o darsi un più variegato orizzonte per il futuro. Se questo essere inghiottiti dall’emergenza-panico faccia perdere la bussola alla sinistra, come ha scritto ieri su questo giornale Federico Geremicca. Sapere queste cose conta perché la psicologia delle folle si edifica intorno a simili assilli e mitologie, e perché un fatto esagerato a forza di infiammarlo può sfociare in realtà, come nelle profezie che mille volte proclamate si auto-inverano. Tanto più importante è sapere dove stia la verità, e chiedersi più precisamente come mai la verità sia divenuta così marginale, infida, contrapposta a emozioni come panico, paura, sensazione di «non farcela più». Veramente non se ne può più? E se non se ne può più, come si spiega che tutti possono ancora, senza dare en masse in escandescenze? In certi momenti sembra che siano i politici a aprire la pista, dando in escandescenze. Che sia la stampa e siano i telegiornali (non solo in Italia), costellati come sono di cronaca, incidenti di alcolisti, reportage dove a intervalli regolari s’insiste su «interminabili scie di sangue» che solcano le vie delle metropoli. Ciascuno in cuor suo lo sa: un’indagine veritiera non darebbe questi risultati, perché l’indagine razionale si costruisce distinguendo, operando sugli effetti di un disagio ma anche sulle sue origini. I politici sanno perfettamente che ha ragione il magistrato Caselli: che persone marginali come lavavetri, graffitari, mendicanti, posteggiatori abusivi suscitano insofferenza ma «se non compiono atti violenti non commettono alcun reato». Che fra destra e sinistra «si fa a gara nell’appiattirsi su posizioni populistiche, accantonando temi ormai giudicati obsoleti come la questione sociale». Che il rimedio è nel risanamento di malattie che affliggono istituzioni pubbliche e leggi non applicate. Che la malattia si chiama «incertezza della pena e una lentezza smisurata dei processi: lentezza che per i privilegiati dal censo costituisce la salvezza dalle condanne, e per la povera gente è una punizione in più» (La Repubblica, 6 settembre). Così come ha ragione il ministro di Rifondazione Ferrero quando invita a distinguere tra criminalità e ardua vivibilità urbana, o il sindaco di Torino Chiamparino quando propone non d’incarcerare i lavavetri sospingendoli verso la delinquenza, ma di legalizzare il loro mestiere. Allo stesso modo, sanno che non è rendere omaggio a Cesare Beccaria, questa politica che non si basa sulle leggi ma sullo spirito e l’interpretazione arbitraria delle leggi: «Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpetrazioni. \ La incertezza dei limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che contradice alla legislazione; più attuali legislazioni che si escludono scambievolmente; una moltitudine di leggi che espongono il più saggio alle pene più rigorose, e però resi vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtù, e però nata l’incertezza della propria esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici» (Dei delitti e delle pene). Il politico sa infine che c’è qualcosa di falso e distruttivo nel voler sistematicamente riformare all’unisono con l’opposizione, non solo nel modificare la Costituzione ma su ogni materia, comprese sicurezza e economia. Forse ricorda anche che sì, destra e sinistra storicamente si son trovate unite, nell’esaltazione della violenza che risponde a violenze reali o dilatate: unite nella demagogia, nel populismo.

Da questo punto di vista Fini ha ragione e torto, nell’intervista a Lucia Annunziata (La Stampa, 7 settembre). È vero che la sinistra copia la destra e che la gente potrebbe preferire l’originale alla copia. Ma è vero anche che la violenza come risposta ai disagi della civiltà è patrimonio della destra come della sinistra. Georges Sorel era un faro per Mussolini come per la sinistra rivoluzionaria. In un fondamentale capitolo del Dottor Faustus, Thomas Mann descrive l’emergere di un pensiero che si dice nuovo, ed è invece vecchissimo. È il pensiero che difende la comunità come branco contrapponendola alla verità che viviseziona, che coltiva le virtù individuali della riflessione e della ricerca assolutamente libera. Il pensiero nuovo-vecchio aborre tale libertà di pensiero, giudicandola non solo un pericolo per la comunità ma un’attività vecchia, noiosa, astratta, incapace di «tener le dita al polso del tempo e di profetare secondo il suo battito» (una «sociologia d’accatto», si direbbe oggi; un senso della legge che resiste all’«instabile morale dell’interpetrazione», direbbe Beccaria). Alla fine gli entusiasti del Nuovo Pensiero lanciano una metafora medica, nel Dottor Faustus, magnificando le moderne cure dei denti. La nuova tendenza della medicina dentistica «strappa sbrigativamente \ perché – dopo una lunga, faticosa e raffinata evoluzione tecnica nel trattamento delle radici durante il XIX secolo – si era deciso di considerarli alla stregua di estranei corpi infetti». Il moderno pensiero igienico «razionalizza la primitiva tendenza a rinunciare, a lasciar correre, a semplificare»: una tendenza, scrive Mann, che nel rimbarbarimento fonde destra e sinistra politica. La cura delle radici del male (Wurzelbehandlung) è sorpassata e disturba l’urgenza estirpatrice del Nuovo. La politica della sicurezza fu questo «trattamento delle radici», quando nacque lo Stato sociale. È un trattamento che oggi s’insabbia, messo ai margini dall’offensiva contro il pensare diverso e profondo. Pensare diverso è cercare la verità a dispetto di una comunità-branco che muove in un’unica semplificata direzione. Anche questo andar controcorrente è genio italiano. È Beccaria, e sono tanti pensatori che gli somigliano. È anche Paolo Isotta che sfida il comune sentire e pur elogiando la delizia della voce di Pavarotti osa aggiungere che il tenore non conosceva il solfeggio e non era consapevole dei propri limiti (Corriere della Sera, 7 settembre). Cercare la verità in completa indipendenza è scintilla preziosa. Speriamo che il Partito democratico la salvaguardi, e non si confonda con la Lega, con Berlusconi e la demagogia del pensiero uniformatore.

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