Il vento del rigore

(11 Set 07)

Carlo Federico Grosso
La Cassazione, con riferimento a reati di strada o che comunque determinano grande inquietudine nella gente, ha adottato la linea dura. Nei confronti di un furto commesso in un appartamento da un minore ha optato per l’arresto. Si tratta di tutt’altro che di microcriminalità e di problemi di ordine pubblico. È comunque un segnale di rigore.

Oltre l’80 per cento degli italiani ritiene che la criminalità negli ultimi anni sia cresciuta e si sente insicuro.

Anche se le statistiche dovessero dimostrare che non è vero, si tratta di un sentimento che non può essere trascurato. Né, per tranquillizzare, sarebbe sufficiente dimostrare che non c’è stato in realtà aumento dei reati, perché uno Stato attento al controllo di legalità dovrebbe garantire la loro diminuzione.

Tra i fenomeni criminali che destano allarme sociale vi sono quelli che vengono definiti microcriminalità. Come il ministro Amato ha rilevato qualche giorno fa in un’intervista su legalità e sicurezza, si tratta d’illeciti che suscitano inquietudine perché incidono sulla vita quotidiana dei cittadini. Ad essi negli anni scorsi non si è prestata molta attenzione. Non vi ha prestato attenzione la destra che, nonostante parli di continuo d’ordine e sicurezza, quando ha governato ha fatto poco o nulla per contrastare i piccoli reati. Non vi ha prestato attenzione la sinistra, che è sempre stata a disagio di fronte alla microcriminalità perché composta in prevalenza da persone socialmente marginali. Quasi che il principio di legalità dovesse essere misurato in ragione della condizione sociale dei responsabili anziché dei fatti commessi.

Improvvisamente alcune iniziative dirompenti assunte da alcuni sindaci di grandi città di fronte al dilagare delle piccole violenze urbane hanno acceso la miccia. Io penso che quei sindaci abbiano avuto un grande merito. Essi, pur consapevoli che le loro azioni non avrebbero risolto del tutto i problemi, poiché le ordinanze d’urgenza producono effetti soltanto temporanei e non sono in grado di estirpare i fenomeni che erano destinati a fronteggiare, hanno contribuito in modo determinante a fare accendere i riflettori su di una questione reale. L’importanza della loro azione è dimostrata dal fatto che il governo si è immediatamente attivato, promettendo a breve iniziative legislative in tema di sicurezza.

A questo punto non è più molto importante valutare se i sindaci avessero ragione, stabilire se le loro ordinanze creassero problemi piuttosto che garantire soluzioni, discutere se la sanzione prevista dalla legge penale, in caso d’infrazione, fosse inflitta legittimamente e avesse un’utilità pratica, se sia stato bene iniziare dai lavavetri piuttosto che dai posteggiatori, dai vagabondi o dalle prostitute. Oggi il problema è capire se governo e Parlamento saranno in grado di affrontare il problema sicurezza con provvedimenti appropriati e con rigore. Nella consapevolezza che con la paura e l’insicurezza non è consentito scherzare, promettere e poi non mantenere.

Le avvisaglie non sono confortanti. Appena sono trapelate notizie sulle iniziative legislative ipotizzate da alcuni ministri, sono cominciate le critiche di una parte della sinistra e dell’associazionismo cattolico. Per i critici sarebbe una vergogna discriminare gli ultimi, usare nei loro confronti tolleranza zero mentre si lasciano impuniti i mafiosi e i corrotti, utilizzare la polizia contro l’emarginazione che compie piccoli illeciti per sopravvivere anziché impiegare i ben più apprezzabili strumenti dell’accoglienza e dell’integrazione.

In molte persone, specie a sinistra, c’è purtroppo l’abitudine di trascurare la banalità del quotidiano nel nome dei grandissimi principi. L’esigenza quotidiana della gente pretende che un poveraccio che minaccia, che commette piccoli soprusi, che imbratta i muri, debba essere comunque bloccato. I grandi principi ci dicono che bisogna trovargli un lavoro. Bene, facciamo ogni sforzo per trovargli un lavoro ma, se delinque, anche soltanto in piccolo, bisognerà pure in qualche modo frenarlo. D’altronde, non c’è nessun rapporto fra problema della piccola criminalità e problema della repressione del grande crimine organizzato o del colletto bianco che delinque. Sono questioni diverse. Devono essere entrambe affrontate. Si riorganizzino dunque i nostri sistemi di giustizia e di sicurezza e si cerchi, se possibile, di riaffermare il principio di legalità ad ogni livello d’infrazione.

Ecco perché l’attenzione deve ora spostarsi su quanto il governo sarà in grado di elaborare ed il Parlamento di approvare. Dato il contesto politico, considerate le contrapposizioni interne alla maggioranza, sarà purtroppo difficile che avvenga l’una e l’altra cosa. Sospendiamo perciò il giudizio su ciò che è stato prospettato nel primo giro d’orizzonte fra ministri: non è infatti detto che diventi neppure disegno di legge. E limitiamoci a valutare un potenziale profilo di riforma richiesto da taluni sindaci.

Alcuni di essi hanno chiesto che le loro competenze in materia d’ordine pubblico vengano rafforzate. Non più soltanto possibilità d’emettere ordinanze urgenti per fronteggiare determinate emergenze, ma consistenti poteri d’intervento diretto. Ho qualche perplessità sul fatto che sia opportuno, quantomeno in tale misura. Se, nell’inerzia del potere centrale, alcuni amministratori hanno interpretato al meglio una funzione di supplenza utilizzando con intelligenza gli strumenti giuridici di cui disponevano, introdurre sovrapposizioni fra i poteri del prefetto e i poteri del sindaco potrebbe creare inutili conflitti, danneggiare l’autorità dello Stato, subordinare gli interventi amministrativi nel settore sicurezza a contingenze politiche particolari. Riflettiamo, piuttosto, sulla possibilità di coordinare al meglio potere centrale e poteri locali e di omogeneizzare l’intervento urgente dei sindaci nelle diverse città. Come ha riferito ieri La Stampa, l’Anci discuterà prestissimo di questi problemi.

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