Il successo indossa la divisa

(10 Set 07)

Giancarlo Dotto
Il teatro è morto? Il cinema ha le ore contate? Scarseggia il pubblico e mancano i denari? La soluzione è travestirsi da brigadiere. Eppure le scuole di recitazione scoppiano, i corsi di dizione si moltiplicano, i ragazzi studiano il metodo Strasberg. Siamo una nazione di aspiranti attori e fini dicitori. Emuli di Carmelo Bene o di Vittorio Gassman? Smaniosi di interpretare Amleto o Eschilo? Macché. Tutti in fila per una divisa. Per un provino da sottotenente. A elemosinare un posto in questura.

L’uniforme tira, acchiappa ascolti e telegatti. Guerra totale tra Rai e Mediaset.

E’ ripartita su Canale 5, a furor di share, la settima serie di Distretto di polizia, spopolano Carabinieri sul Biscione e La squadra su Raitre, si è appena conclusa sempre su Canale 5 la seconda serie di Ris, i segugi della scientifica, è in arrivo su Raiuno Ho sposato uno sbirro. Passano e trapassano gli attori, restano le divise. Passano Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis, arrivano Massimo Dapporto e Max Giusti. Indelebili nella memoria collettiva dell’ultimo ventennio, dalla Piovra in poi, da Cattani a Montalbano, commissari, capitani, finanzieri, guardie costiere e pompieri, in attesa della polizia forestale e di quella obitoriale. Sono i piedipiatti seriali. La deriva pezzentona degli Sheridan, dei Maigret e dei Nero Wolfe, capolavori in bianco e nero degli Anni 60.

Le fiction in divisa si propongono sempre più come un servizio sociale a sostegno dei lavoratori con tessera Enpals. Reclutano di tutto, attori celebri e vecchie glorie, belloni senza arte né parte, reduci dalle isole o dai calendari, ex veline, mai famosi, comici presunti e imitatori. Alcuni di loro, senza divisa, non li riconosce più nemmeno la madre. In crisi d’identità, Massimo Dapporto, 62 anni, figlio d’arte, un nobile passato a teatro, si chiede in una struggente intervista: «Sarò all’altezza del commissario Fontana?». Si sono via via calati nell’uniforme uomini e donne, Gigi Proietti e Giuliano Gemma, Nino Manfredi e Michele Placido, Luca Zingaretti e Luca Barbareschi, Flavio Insinna e Diego Abatantuono, Alessandro Preziosi e Raoul Bova, Isabella Ferrari e Manuela Arcuri. Tanti altri. L’ultimo, Giancarlo Giannini, nei panni del generale Dalla Chiesa. Mostri sacri come Salvo Randone non scamperebbero all’infame destino, da ufficiale della Benemerita al fianco della marescialla Alessia Marcuzzi.

Infilarsi almeno una volta in una divisa, meglio se graduata, è oggi la risorsa di qualunque attore italiano. Ti tocca. Come fare il militare. Per svoltare la pagnotta, fare un pieno a teatro, diventare o tornare popolare, il travet della finzione è disposto a tutto. Imparare a buttarsi da una macchina in corsa, fingere la carica, la scazzottata, impugnare a due mani l’automatica, sparare a salve come un mentecatto, allenandosi al rinculo, gingillarsi con bombe a mano e gas lacrimogeni, tenere al guinzaglio cani feroci, simulare morti e ferimenti. Una tristezza infinita. La recitazione è quella che è. Non ti chiedono di essere Marlon Brando. Funziona ostentare una fissità dolente, compassionevole, al limite pensosa, e una dizione ritardata, da cerebroleso. Il resto va da sé. La divisa basta e avanza. Gli italiani amano la divisa, soprattutto quando è televisiva o cinematografica. Non solo gli italiani. Salvador Dalí scritturò come segretario tuttofare un ex ufficiale in pensione, Captain Moore, tenuto da contratto a indossare la divisa irlandese. L’alternativa, se l’Arma non chiama, è infilarsi in una tonaca da prete moderno o da nonno rincoglionito.

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