Il cavallo e il Cavaliere

(11 Set 07)

Augusto Minzolini
Allora, la grande campagna d’autunno è cominciata. Dalle schermaglie siamo passati ai fatti. In una fase nebulosa e piena di insidie Romano Prodi ha visto bene di occupare una delle casematte del potere di questo Paese, salendo sul cavallo Rai di viale Mazzini. Dopo aver tentennato per mesi il governo ha rotto gli indugi: fuori dal cda dell’azienda di Viale Mazzini Angelo Maria Petroni, nominato dal ministero del Tesoro ai tempi di Giulio Tremonti, e dentro Fabiano Fabiani, un lungo curriculum nelle partecipazioni statali cioè nel nocciolo originario del potere prodiano. Il Professore se ne è infischiato dei consigli alla prudenza dei vari Luciano Violante ed Enrico Boselli. Ed ha tirato dritto. Non ha avuto problemi ad ammetterlo con i suoi. «Fabiani lo conosco da più di trent’anni – ha spiegato -, è una garanzia. E poi su questa vicenda siamo andati fin troppo cauti. Era una nomina dovuta che poteva essere fatta prima o poi. E noi abbiamo scelto il “poi”. Se il clima di scontro metterà a rischio il governo? Io ormai sono diventato fiducioso. Dovevamo essere “terminati” già un anno fa e, invece, siamo ancora qui. Per cui… testa bassa e pedalare».

Nel quartier generale avversario, quello di Silvio Berlusconi, si tenta invece di capire cosa ha messo fretta al premier. «E’ una manifestazione – ha osservato con i suoi il Cavaliere – di arroganza e nello stesso tempo di debolezza. Prodi ha paura e tenta di mettere sotto controllo la tv pubblica. Il suo indice di popolarità è sotto i tacchi per cui ha bisogno di controllarlo per risalire la china».

E Berlusconi aggiunge: «Prodi sa che la sua poltrona non è salda e deve fortificarsi anche nei confronti dei suoi. Infine cerca la rissa con noi per compattare la sua coalizione. E’ un vecchio gioco e non è detto che gli riesca: ha dimostrato ancora una volta che la sinistra fa rima con regime. Ha dato un altro motivo alla gente per scendere in piazza e a noi per puntare alle elezioni».

Siamo, quindi, al primo scontro ma nei prossimi tre mesi ce ne saranno altri. La situazione è destinata a ballare. Eccome. Il primo a saperlo è proprio il Professore che non per nulla ieri, dopo aver sferrato il primo attacco, ha subito messo le mani avanti per non finire accusato di essere un incendiario: la nomina di Fabiani non può essere usata come alibi per interrompere il dialogo sulla legge elettorale. Una precisazione vana visto che il centro-destra ha interrotto ogni canale di comunicazione.

In realtà la scelta di ieri ha dato un assaggio di quelle che saranno le strategie dei prossimi mesi: Prodi tenterà di fortificarsi dentro Palazzo Chigi alzando steccati e consolidando il suo potere; i suoi alleati gli daranno solidarietà finché sarà in sella preparandosi, però, un’alternativa per ogni evenienza; e l’opposizione tenterà di tutto per farlo cadere. Quindi la tensione inevitabilmente crescerà. Ieri ne ha fatto le spese anche il Capo dello Stato tirato dentro la polemica dal centro-destra. Lui ha evitato di schierarsi e l’opposizione lo ha inquadrato nel mirino: «Napolitano non ha detto una parola – ha dichiarato uno degli uomini del Cavaliere, Fabrizio Cicchitto – su una decisione inqualificabile che mette la Rai nelle mani del capo del governo. Non bisogna dimenticarsi che Fabiani era l’uomo di collegamento tra De Mita, segretario Dc, e Prodi, presidente dell’Iri. Era il presidente della Finmeccanica che partecipò alla guerra contro Craxi. Avrà quasi ottant’anni ma è un uomo di potere capace. Napolitano, però, se ne disinteressa. Pensa solo alle battute di Bossi. E’ diventato un battutaio. Non so se è l’atteggiamento adatto visto quello che ci aspetta nei prossimi mesi: Rai, intercettazioni Unipol, finanziaria, pensioni, welfare, legge elettorale. E ancora le manifestazioni della sinistra, quelle del “vaffa” e il referendum. Che farà? Interverrà quando gli pare?».

Appunto, la campagna d’autunno è solo agli inizi. E il percorso di guerra farebbe tremare i polsi a chiunque, figurarsi ad un governo che nei sondaggi è al 27%. In quest’atmosfera di paura, in cui nulla è certo, dentro l’Unione ognuno pensa a se stesso. Piero Fassino in un dibattito nella notte tra domenica e lunedì parla di «rimpasto di governo» e di «maggioranze diverse a livello regionale» lanciando segnali all’Udc e alla Lega. «Il rimpasto lo vuole – ironizza il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli – perché il 15 ottobre, nato il Pd, sarà disoccupato. Mentre le coalizioni che vorrebbe a livello locale sono quelle che sogna a livello nazionale. Ognuno va per conto suo. Solo sulla Rai vanno d’accordo: Prodi ha nominato Fabiani, Veltroni lo ha accettato volentieri». Anche sulle interecettazioni Unipol i vertici Ds vanno divisi davanti alla giunta per le autorizzazioni: Fassino si rimette alle decisioni della commissione «in toto»; D’Alema formalmente fa la stessa cosa ma nella sua memoria ripete con studiato vigore che le richieste del giudice Forleo sono irricevibili. Per il vice-premier non è il momento di concessioni: nessuno può scommettere sul domani e lui potrebbe ritrovarsi tra tre mesi con un avviso di garanzia e senza un posto nel governo. «C’è una confusione totale – spiega l’ex-direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola – il Pd sta mettendo in discussione linee programmatiche (tasse, sicurezza, etc.) e vecchie gerarchie. Per cui ognuno si arrangia per i fatti suoi. Per governare con due voti di maggioranza ci vorrebbe stabilità e un gioco di squadra. I nostri calciatori fanno l’esatto contrario. C’è il rischio che da un momento all’altro saranno gli altri ad andare in goal».

E’ la speranza di Berlusconi che non si stanca i monitorare i voti del Senato. Di sondare i settori più scontenti della maggioranza. Di offrire garanzie ai possibili ribelli. E Prodi si difende usando una tattica che conosce a menadito: alzare lo scontro per costringere i suoi alleati riottosi e divisi, ad unirsi e compattarsi. L’«operazione» Rai è servita più o meno a questo. Del resto l’azienda rappresenta da sempre l’immagine stereotipata della nostra politica. Così dopo aver sparato il primo colpo il Professore si appresta a difendersi dalla reazione del Cavaliere richiamando i suoi alla disciplina. Al grido: «C’è Berlusconi alle porte…».

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