Al Tar piacendo

(6 Set 07)

Fabrizio Rondolino
Misure urgenti per garantire l’ordinato avvio dell’anno scolastico 2007-2008»: così si chiama il decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri: e verrebbe da pensare a un Paese appena travolto da un’alluvione, o uscito da una dittatura, o lacerato dalla guerra civile. Si tratta invece dell’Italia, dove l’inizio dell’anno scolastico non è, come banalmente pensano genitori e allievi, una data da rispettare, ma piuttosto uno stato d’animo, un’opinione, un tentativo destinato spesso a prolungarsi fin oltre Ognissanti. Di questo – del «tempo-scuola», come spiega in burocratese il comunicato di Palazzo Chigi – si occupa principalmente il decreto. Ma ai media, forse per ingraziarsene il favore, il provvedimento del ministro Fioroni è stato venduto con un’altra etichetta: «Stretta sui prof. fannulloni», «Sanzioni per gli assenteisti», su su fino all’immancabile «Giro di vite». L’assenteismo, insomma, fa notizia. La faceva già negli anni Sessanta (basterà ricordare i classici della commedia all’italiana), e dunque non è sconveniente mantenere un dubbio sull’efficacia delle misure governative.

Che si riducono poi a una: limitare a 120 giorni il tempo massimo necessario per irrogare provvedimenti disciplinari nei confronti dei professori inadempienti, assenteisti o che abbiano compiuto «reati contro la dignità della scuola o degli studenti».

Quanto ai provvedimenti di sospensione cautelare, non se ne occupa più il collegio docenti e la decisione viene messa nelle mani del dirigente scolastico regionale.

Tutto qui? «Oggi, per chiudere un provvedimento disciplinare – ha spiegato Fioroni – ci voleva anche più di un anno e mezzo». Il passo in avanti è dunque significativo.
Da un certo punto di vista, la decisione del governo di non fare pressoché nulla, annunciando simultaneamente una vasta campagna di correzione dei costumi, è una buona decisione. Tanto per cominciare, è una decisione molto italiana: e non soltanto, né soprattutto, perché perpetua l’antica tradizione delle «grida», ma perché tradisce una conoscenza profonda del Paese. Lavorare stanca, infatti, e «mettersi in mutua» – l’espressione nasce proprio negli anni Sessanta – non soltanto soddisfa il nostro inestinguibile bisogno di fare i furbi e farla franca, ma anche controbilancia l’oggettiva fatica, fisica e psichica, delle otto ore. In fondo l’assenteismo – che non per caso negli anni Settanta era indicato dalla sinistra rivoluzionaria come un efficace strumento di lotta al padrone – è un anticipo sulla liquidazione: cioè sulla pensione a cinquantott’anni che parte della maggioranza ancora difende con vigore.

Una decisione molto italiana
Nel decidere di non decidere troppo, il governo dunque fa intendere che alcuni vizi sono incorreggibili, e che ci appartengono come il sole e il mare, responsabili principali, s’immagina, dell’indolenza e della fannullaggine italiana. Siamo insomma come nelle barzellette, e sembriamo non dispiacercene affatto. Ma – e qui si coglie la saggezza del nostro governo – il perpetuarsi di una più o meno brillante arte d’arrangiarsi appare preferibile, tutto sommato, ai minacciosi tentativi di riforma morale e civile degl’italiani che ogni tanto s’invocano da destra e da sinistra, quasi fossimo, o potessimo essere, un «paese normale». Una commissione d’inchiesta sull’assenteismo, per dire, o una modifica ad hoc dei codici, o poteri speciali alle forze dell’ordine non risolverebbero il problema, ma ne creerebbero numerosi altri, a cominciare, con ogni probabilità, dal licenziamento dei malati più gravi.

Centoventi giorni, non uno di più
Del resto, come ha dichiarato la scorsa settimana il ministro della Pubblica Amministrazione Luigi Nicolais, commentando il catartico (per tutti noi) licenziamento dei cinque «fannulloni» di Bolzano, «questa è la dimostrazione che le leggi contro i furbi già esistono: vanno applicate». «Io stesso – ha raccontato il ministro – l’ho fatto già dieci anni fa. Ma poi il Tar bloccò i miei provvedimenti». Già, al presepe italiano non poteva mancare il Tar, la più potente e insidiosa delle diecimila autorità che regolano la nostra esistenza lasciandola esattamente così com’è, ma a prezzo di una gran fatica quotidiana. Proprio il Tar (della Lombardia) ha appena accolto il ricorso di cinque studenti bocciati alla maturità. La colpa, ha stabilito il tribunale, è del professore assenteista (avrebbe saltato in un modo o nell’altro il 72% delle lezioni), e non degli studenti, che ora potranno rifare l’orale. «L’insegnante verrà presto allontanato dalla scuola», ha già annunciato Fioroni. Secondo le nuove norme, entro 120 giorni: non uno di più.

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