È la destra a vincere certe guerre della sinistra

(5 Set 07)

Paolo Soldini
erte guerre estive hanno questo di buono: che durano poco. Con la stessa cinica leggerezza con cui vengono dichiarate, alle prime frescure vengono chiuse e dimenticate: i lettori di giornali e gli spettatori delle tv hanno altro, in genere, di cui preoccuparsi. Speriamo che sia così per il surreale Blitzkrieg che alcune amministrazioni comunali hanno scatenato nei giorni scorsi contro lavavetri, prostitute, graffitari e quant’altra pericolosissima feccia trasformi in giungle minacciose le nostre città (che poi son le stesse i cui amministratori, in altri momenti, ci assicurano essere modelli di sicurezza «che altrove ce li invidiano». E già).
Abbiamo scritto: «speriamo» e speriamo davvero. Perché l’impressione, assai spiacevole, è che stavolta si sia passato il confine tra l’effimero delle sciocchezze e la sostanza di un atteggiamento, di una cultura, di una concezione (o della mancanza di qualsiasi concezione) della politica e dell’amministrare che, per dirla semplice semplice, non solo non ci piacciono, ma ci fanno anche un po’ paura.
Primo punto. Fateci caso: tutta la campagna si è sviluppata sotto il segno di un non celato, e talvolta anzi ostentato, fastidio verso i «poveri». I richiami alla necessità di combattere i racket che, in effetti, in molti casi stanno dietro ai poveri cristi con lo straccio in mano o con l’handicap esibito e il braccio teso erano talmente ipocriti che vien quasi da dire bravo a chi, viva la faccia della sincerità, ha detto chiaro e tondo che occuparsi di che c’è dietro al fenomeno «non è affar suo». Passi per l’assessore Cioni, ma il ministro Amato non ha la sensazione che buttarla tutta sul «degrado urbano» renda la questione, quanto meno, un po’ monca? Che non sia un correre appresso al pensar di pancia di chi, infastidito da quello che vede e che sopporta, non ha (lui no) il dovere di indagare su quel che c’è “dietro”?
In ogni caso – secondo punto – questo quasi tardo ottocentesco accomunare criminalità e miseria, in mancanza (per fortuna) di un Bava Beccaris, non conduce ad alcuna soluzione. Lo slogan bellico di questa estate, «la criminalità non è di destra né di sinistra» è una tautologia del tutto insensata: certo che la criminalità non ha colore politico. Ma invece ce l’ha, eccome, la risposta che le si dà. L’omicidio non è né di destra né di sinistra, ma l’idea di punirlo con la pena di morte è di destra. O no? Prospettare il carcere per chi commette il grave reato di infastidirti pretendendo di lavarti il cruscotto è di destra. Sempre che le espressioni destra e sinistra corrispondano ancora, come ci ostiniamo a credere, a idee, culture della convivenza tra gli uomini e sistemi di valori.
Il richiamo all’articolo 650 del Codice penale è quanto di più ridicolo ci sia capitato di sentire sulla bocca di politici e amministratori da molto tempo a questa parte. Qualsiasi bravo e onesto avvocato è in grado di liquidare l’ipotesi della sua applicabilità alla fattispecie. Ma anche ammesso che quell’articolo fosse applicabile, qualcuno pensa davvero che si dovrebbero riempire i tribunali di lavavetri e lucciole? E magari le carceri di condannati a tre mesi per non aver osservato «un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica»?
In realtà ci si infila in tali e tante sciocchezze perché – è il terzo punto – amministratori e tutori dell’ordine pubblico, nel momento in cui dichiarano le loro guerre, ammettono di fatto di aver già perso l’unica guerra che avrebbero dovuto combattere. Gli amministratori d’una città che non voglia lavavetri sulle strade non hanno che da mandare i vigili urbani a verificare che non ce ne siano. Non basta? Molte altre iniziative si possono prendere: per esempio, centri come quelli che il Comune di Roma attrezzò per i bambini sfruttati, dove i minori trovavano la possibilità di sottrarsi al racket, eventualmente anche familiare. Coloro che, giustamente, si scandalizzano perché le vie di certe metropoli sono popolate di prostitute bambine, anziché proporre quartieri del sesso e case chiuse (come fece qualche tempo fa il prefetto di Roma) dovrebbero mobilitare i propri uomini nella lotta contro il traffico di esseri umani. I Comuni, anziché multare i clienti delle prostitute, facciano delle campagne per spiegare che infamia sia approfittare del corpo di donne e di bambine costrette a vendersi come schiave. Lo sappiamo che non basta. Ma avete mai visto, sulle nostre strade, un manifesto sull’argomento? Uno spot in tv?
Il problema è – quarto punto che riassume i primi tre – che queste guerre vengono combattute, anche da una parte della sinistra, con altre armi e con altro spirito. L’obiettivo è «trovare consenso», adeguarsi a quello che si ritiene essere l’esprit du temps e che spesso è solo il marcio che si annida negli egoismi e nella tremenda propensione a semplificare che corrono nel ventre di ogni società moderna. Cioè quello che la cultura di sinistra dovrebbe combattere e che invece insegue, del tutto inconsapevole di quanto la destra sia, su questi terreni, più solida, coerente e convincente. Attenzione: le guerre dei lavavetri la dichiarate voi, ma a vincerle sono gli altri.

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