Intelletuali e sceriffi. I lavavetri e la solitudine dei sindaci ds

(31 Ago 07)

Pierluigi Battista
Possibile che non un intellettuale di sinistra, uno scrittore, un regista, un attore, un architetto, si sia sentito in obbligo di regalare in questi giorni un minimo di sostegno culturale all’azione dei sindaci di sinistra impegnati sul fronte della «tolleranza zero»? Scoppiata la questione «lavavetri» si è piuttosto assistito allo spettacolo di una divaricazione insanabile tra la totalità degli amministratori di sinistra, neoseguaci del partito legge e ordine, e la quasi totalità degli intellettuali che accusano i primi di essersi acconciati a una campagna indecorosa condotta all’insegna del «guai agli ultimi» (Marco Revelli), o di aver celebrato i funerali dei «valori della sinistra» (Furio Colombo). Domenici, Chiamparino, Cacciari, Emiliano (e Veltroni in versione sindaco di Roma) sono culturalmente soli. Il partito dei sindaci di sinistra sembra galleggiare in un vuoto valoriale. Dipinti persino dalla stampa amica come cinici procacciatori di facili consensi sul terreno della sicurezza, gli amministratori di sinistra finiscono per apparire come brutali sceriffi addirittura succubi dei disvalori della destra. Con l’eccezione di Marzio Barbagli e dell’intervento scritto per il nostro giornale da Giuliano Amato, la cultura di sinistra, riottosa e malinconica, mostra i segni di un disagio radicale.
Si dissocia apertamente da provvedimenti sentiti come estranei a un’identità culturale minacciata da un eccesso di realismo. Si offre mediaticamente a una rappresentazione dicotomica in cui gli amministratori, impegnati nella dimensione del fare e del consenso, si sporcano le mani con metodologie poliziesche nel governo di città assediate dalla micro-crimina-lità, mentre i sacerdoti della purezza dei valori gridano al tradimento, allo snaturamento di sé, allo sbriciolamento di ogni frontiera ideale con i nemici della destra. Spalleggiata dalle correnti del solidarismo sociale cattolico (i dubbi di Rosy Bindi fino ai distinguo di Prodi), la cultura di sinistra vive come un oltraggio la deriva pragmatica dei «suoi» ammini-stratori, anticamera di un ribaltamento di valori che addirittura, sostengono, rischia di mettere fine alla sua stessa ragion d’essere: la difesa degli ultimi, dei deboli, degli svantaggiati. È la solitudine del partito dei sindaci. E anche l’ultimo capitolo di una lunga e appassionante storia, quella del rapporto tra cultura e politica in una sinistra orgogliosa di un retaggio gramsciano in cui lo stesso Partito veniva definito «intellettuale collettivo », che ha disegnato sugli intellettuali italiani il ruolo e il destino di depositari dei valori. Non l’intellettuale competente nell’amministrazione, espressione di un sapere tecnico messo al servizio di un progetto politico e della gestione e soluzione dei problemi, ma la figura semi- ieratica del maître à penser, vestale di un’Idea che va preservata da un realismo politico privo di princìpi. È questa attitudine mentale che induce un moto di simpatia istintiva verso il «lavavetri» e forse uno di naturale diffidenza verso il «privilegio» della vittima della micro-criminalità. E che lascia gli amministratori soli, costretti a indossare la stella, ideologicamente ambigua, dello sceriffo.

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