Acqua, il petrolio del futuro

(3 Set 07)

Mario Tozzi
Le parole di Benedetto XVI a proposito dell’acqua sono sacrosante, ma forse arrivano in ritardo rispetto alla piega che ha preso la questione idrica nel mondo. Un ritardo di almeno trent’anni, se vogliamo stare ai tempi moderni, di qualche secolo se vogliamo tornare più indietro nella storia degli uomini che hanno sempre combattuto a colpi bassi per l’oro blu. Forse il primo atto delle guerre moderne per l’acqua può essere fatto risalire al 1964, quando Israele edificò la diga che dirottava le acque del Giordano dal loro destino naturale nel Mare di Galilea e poi nel Mar Morto. Il National Water Carrer è un’epica opera di ingegneria che trasporta mezzo miliardo di metri cubi all’anno nel Paese, dopo aver superato un dislivello di quasi 400 metri attraverso un sistema di condutture di grande diametro. Né la Siria, né la Giordania approvarono il progetto, che in qualche modo li interessava, visto che sono attraversate dal Giordano. Alla fine della successiva guerra dei Sei Giorni, Israele controllava quasi per intero il bacino del Giordano, prima del 1964 solo il 10%.

Dal loro canto Siria e Giordania hanno in mente di costruire la grande diga «Unità», che sbarrerà lo Yarmuk (in pratica uno dei due bracci del Giordano stesso) e consacrerà la sua prima vittima; la seconda sarà il Mar Morto, che così sarà conseguente definitivamente con il suo nome. E non si può sottacere che, tra i motivi del fallimento del tentativo di pace in Medio Oriente di Bill Clinton (nel 2000), ci fu proprio il mancato accordo sulle sorgenti del Giordano. Martin Sherman sostiene che non solo la doccia tutti i giorni, ma anche piscine e giardini pubblici ben curati (in pieno deserto) fanno parte di uno stile di vita cui una società moderna non può rinunciare. Il 75% dell’acqua israeliana, però, serve a irrigare le pianure di Haifa per il mercato agricolo internazionale: ma solo il 2% del Pil viene generato da quelle esportazioni. Come a dire che se Israele non producesse più nemmeno un’arancia il benessere interno sarebbe garantito comunque e ci sarebbe molta più acqua per la terza vittima di questo conflitto, i palestinesi.

Contro questa guerra – contro questo tipo di guerre – qualcosa però si potrebbe fare: sviluppare il riciclaggio delle acque di scolo per un’irrigazione esclusivamente a sgocciolamento e l’installazione di impianti di desalinizzazione, viste le risorse economiche e tecnologiche a disposizione. Quello dell’uso agricolo è il vero problema dell’acqua, visto che, in realtà, le necessità quotidiane di acqua potabile per gli esseri umani ammontano a qualche litro per persona al giorno, ma che produrre generi alimentari necessita fino a 5000 litri. All’ultimo vertice di Johannesburg si è affermata la priorità di portare acqua ad almeno un miliardo e mezzo di persone nei prossimi venti anni. E nella realizzazione degli impianti e delle reti di distribuzione sono già pronte ad impegnarsi le grandi multinazionali sovvenzionate dalla Banca Mondiale, ma come farebbero a perseguire questo obbiettivo se l’acqua fosse davvero finita? La realtà è che chi sull’acqua fa affari sa benissimo dove prenderla, come distribuirla e a quale prezzo, perché l’acqua è ancora presente abbondantemente in tutti i continenti. Il problema è che nel Nord viene anche distribuita, nel Sud poco e male.

Nei prossimi 20 anni la quantità media di acqua pro-capite diminuirà di un terzo rispetto a oggi, contribuendo, fra l’altro, ad aggravare i problemi della fame nel mondo. La sola protezione degli ambienti di acqua dolce (fiumi, laghi, zone umide) sarebbe sufficiente a salvaguardare una risorsa che garantisce una quantità di servizi alla sopravvivenza umana, oltre a placare la sete, coltivare i campi e fabbricare oggetti. Ci piace pensare che le parole di Ratzinger possano essere intese nel senso di un nuovo approccio ecologico alla gestione delle acque, delle sorgenti e dei grandi fiumi che riduca innanzitutto gli sprechi.

Purtroppo le cose non andranno così e le guerre per l’acqua, lungi dal terminare, incrementeranno. La maggior parte dei grandi fiumi è suddivisa nel territorio di nazioni diverse e chi si trova a monte ha in mano il rubinetto di chi sta a valle. La costruzione delle nuove grandi dighe sul Tigri e l’Eufrate (che nascono in Anatolia) farà sparire dalla carta geografica la culla delle civiltà storiche cancellando per sempre la Mesopotamia. E sono anni che il Colorado non termina più la sua corsa in territorio messicano come aveva fatto per millenni, visto che tutta l’acqua è trattenuta dagli Stati Uniti per le proprie esigenze idriche e energetiche. E ci sono anche casi opposti: l’acqua del Nilo è ancora assegnata per trattato internazionale quasi per intero all’Egitto, qualche cosa al Sudan e niente all’Etiopia, dove però si alimenta il 75% dell’acqua del fiume sacro. Considerando che le piogge in territorio egiziano contribuiscono solo per il 3% alla portata del Nilo, e che dunque tutta l’acqua viene dall’estero, cosa accadrebbe se l’Etiopia reclamasse la sua parte?

Ormai sappiamo che c’è un modo migliore di gestire le risorse idriche, alternativo a quello delle grandi infrastrutture, che assecondano i bisogni dei grandi gruppi economici ma non quelli del diritto universale all’acqua per tutti. Dal 1950 al 2000 la disponibilità annuale pro capite di acqua nel mondo è andata decrescendo dai 16.800 metri cubi ai 6.800 mentre la popolazione umana è andata crescendo nello stesso periodo, da quasi 3 miliardi a oltre 6 miliardi. Oggi oltre un miliardo di individui non hanno accesso all’acqua potabile e il 41% della popolazione mondiale (2,3 miliardi di persone) vive attualmente lungo i bacini di fiumi sottoposti ad un vero e proprio stress idrico. E’ vero che l’acqua non è presente in modo omogeneo sul pianeta Terra e di fronte ad aree che ne sono ricchissime – e nelle quali dell’acqua si fa uso e abuso – ne esistono molte altre che ne dispongono in quantità insufficienti, tanto che la continua riutilizzazione per usi diversi della poca acqua a disposizione la rende anche veicolo di infezioni e malattie. Tuttavia ogni essere umano avrebbe teoricamente a disposizione qualche migliaio di litri al giorno, se l’acqua fosse equamente distribuita e non la sprecassimo così tanto. Dalle parole è venuto il momento di passare ai fatti.

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