Moltiplicare Firenze

(29 Ago 07)

Carlo Fedrico Grosso
L’ordinanza del Comune di Firenze che vieta ai lavavetri d’importunare i cittadini ai crocicchi delle strade con la loro presenza petulante, sovente arrogante o addirittura violenta, mi sembra provvedimento di rilevante significato emblematico.

E’ un tentativo di realizzare, coi fatti, quella politica di tutela della sicurezza e della tranquillità dei cittadini che molti politici a parole auspicano ma che, apparentemente, pochi amministratori pubblici perseguono nella loro pratica quotidiana.

Iniziamo dal problema giuridico. Mi sembra che nel caso di specie lo strumento giuridico esista e sia stato usato in maniera corretta. La legge attribuisce al sindaco poteri d’intervento in materia di sicurezza e ordine pubblico sul territorio di sua competenza. La legge penale prevede a sua volta, con una disposizione di carattere generale, che è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a E. 206 chi «non osserva un provvedimento legalmente dato dall’autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene» (art. 650 c.p.). L’ordinanza legalmente data dall’autorità in una delle quattro materie menzionate diventa pertanto, automaticamente, sanzionata penalmente per legge. La Corte Costituzionale, chiamata anni fa a pronunciarsi sulla legittimità dell’art. 650 c.p., non ha avuto d’altronde dubbi: ha deciso che si tratta di disposizione compatibile con l’assetto costituzionale dello Stato di diritto, e cioè con i principi di riserva di legge e di stretta legalità in materia penale.

Si potrebbe, piuttosto, obbiettare che nel caso di specie si rischia d’introdurre un diritto penale a pelle di leopardo, perché ciò che risulterebbe penalmente sanzionato in certi luoghi non lo sarebbe in luoghi diversi, con la conseguenza di un’inaccettabile disparità di trattamento. La diversità di disciplina giuridica indubbiamente esiste. Non è, tuttavia, discriminatoria, e pertanto illegittima, poiché tutte le persone che dovessero infrangere il divieto stabilito in un certo territorio sarebbero comunque punibili.

L’ordinanza deve, d’altronde, essere emanata «legalmente», cioè nell’osservanza delle forme prescritte e in presenza della situazione di fatto che giustifica, ex lege, la sua emissione: nel caso di specie, l’esistenza di una riscontrata violazione della sicurezza dei cittadini e dell’ordine nelle pubbliche vie dovuta all’azione incontrollabile dei lavavetri. Se vi fosse infrazione di quest’indispensabile rapporto tra situazione di fatto e provvedimento amministrativo, esso potrebbe risultare illegittimo ed essere pertanto annullato dalla competente autorità giudiziaria a tutela della legalità dell’attività di governo.

Al di là delle possibili perplessità, nella vicenda della quale si discute, come in moltissimi altri casi d’emergenza, la questione di fondo non è, tuttavia, di carattere giuridico. È, piuttosto, questione di atteggiamento mentale, di volontà politica, di coraggio, talvolta, addirittura, di fantasia o d’intraprendenza. Quando si rilevano difficoltà o insufficienze nei diversi settori di amministrazione pubblica, si suole, immediatamente, fare appello alla necessità di riforme di legislazione. Si tratta di un approccio che, per chi governa, ha molte volte il vantaggio di accantonare i problemi, di non assumere responsabilità immediate con la scusa dell’inadeguatezza normativa, di scaricare su altri, e nel futuro, la loro improbabile soluzione. Ma governare è, in realtà, ben altro: è cercare di affrontare comunque le questioni urgenti, se possibile risolverle, eventualmente dominarle o quantomeno controllarle, facendo leva su tutti gli strumenti giuridici utilizzabili e su tutti i poteri di cui si dispone concretamente. Salvo evidentemente invocare, ma soltanto in un momento successivo, l’eventuale riforma legislativa ritenuta utile o necessaria per superare le specifiche difficoltà.

Con l’ordinanza di Firenze contro i lavavetri non si risolveranno ovviamente tutti i problemi dell’ordine e della tranquillità dei cittadini. Non è neppure sicuro che essa consentirà di risolvere lo specifico problema affrontato. Come dicevo all’inizio, si tratta comunque di un segnale d’inversione di rotta, di abbandono di stereotipi culturali, di reazione ad inaccettabili forme di tolleranza d’ogni illegalità diffusa, piccola o grande che sia. Di un segnale che, quantomeno su piano metodologico, dovrebbe essere pertanto assunto a modello generale di comportamento politicamente corretto.

Leggevo ieri sulle pagine del Corriere della Sera le parole del futuro probabile segretario del nascente Partito Democratico. Parlando di giustizia e di ordine pubblico, Veltroni ha detto: «Dobbiamo lavorare per la prevenzione, c’è un nesso tra delinquenza e povertà, per cui occorre affrontare la questione sociale che sta crescendo in Italia»; ma dobbiamo anche «lavorare per contrastare quanti violano la legalità», ed essere al riguardo «molto duri e molto severi», «non essendo possibile che un truffatore si arricchisca dalla galera, che un incendiario in galera non vada neppure, che circoli liberamente chi si è macchiato di pedofilia».

Parole politicamente correttissime, che si inseriscono a tutto campo nel filone testé tratteggiato. Purché, ovviamente, si sia, successivamente, in grado di gestire altrettanto correttamente il processo indicato, individuando gli strumenti utili o necessari per praticarlo nei singoli casi.

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