La fiducia tradita

(27 Ago 07)

Federico Geremicca
Prima ha aspettato invano una smentita, una rettifica, almeno. Poi ha atteso le reazioni degli alleati del capo leghista. Alla fine non gli è rimasto altro da fare che prender carta e penna e buttar giù, nell’ultimo pomeriggio di riposo a Castel Porziano, cinque righe di censura che hanno soprattutto il senso di un allarme preventivo.

E’probabile che il tema delle tasse segnerà polemicamente la ripresa del dibattito politico – spiegherà a sera uno dei collaboratori del Presidente – e se ad agosto già si delira di fucili, a novembre a che saremo, alla minaccia dell’uso di cannoni?».

E dunque per Giorgio Napolitano le vacanze sono finite così com’erano cominciate: a presidiare la trincea del dialogo e della possibilità di un confronto tra le diverse forze politiche. Al Quirinale, infatti, si teme che la ripresa ormai imminente possa essere tra le più delicate degli ultimi anni: e di tutto si sentiva il bisogno meno che del ritorno in campo del «Bossi guerriero», su un tema – per altro – così complesso come il fisco («Noi padani non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c’è sempre una prima volta»). La sortita del leader leghista, a dirla tutta – oltre che preoccupare – ha parecchio deluso il Capo dello Stato, che in più di un’occasione (per esempio al termine della visita che volle fargli a Milano) aveva lodato «il senso di responsabilità» che Umberto Bossi andava mostrando circa la necessità che, almeno sulle grandi questioni, maggioranza e opposizione tentassero un dialogo. Ma evidentemente la fase politica che va aprendosi – tra il rischio referendum e le suggestioni di partiti unici del centrodestra – ha convinto il capo leghista della necessità di ritirar fuori lo spadone.

Il che, in tutta evidenza, costituirà un ulteriore problema in vista di un autunno che non si preannuncia per niente facile. Infatti, se alle prevedibili tensioni che si svilupperanno nel centrosinistra – intorno alle scelte di governo ed alle dinamiche innescate dalla nascita del Pd – dovesse aggiungersi un’accentuazione del radicalismo nell’azione del centrodestra, è evidente che il clima potrebbe tornare a farsi rapidamente irrespirabile. Cosa che conferma un dato spesso sottovalutato: che il sistema politico italiano è condizionato nel suo funzionamento non soltanto dagli estremismi di sinistra ma anche da quelli della destra.

In questo senso, per quanto paradossale possa apparire – considerate le roventi polemiche che sta suscitando in entrambi i campi – un rimedio a tale anomalia potrebbe arrivare giusto dal confronto in atto sulla creazione di partiti nuovi sia a destra che a sinistra. Nel nascente Pd «a vocazione maggioritaria», la discussione è già molto avanti, e sotto la spinta di Rutelli e dei suo «coraggiosi» anche Walter Veltroni comincia a teorizzare la fine dell’immutabilità delle alleanze: insomma, si sta assieme se si è omegenei sia politicamente che programmaticamente. Potrebbe apparire come una ovvia dichiarazione di principio che però – e giustamente – è stata intesa dalla sinistra radicale alla stregua di un preavviso di possibile separazione: dietro quella affermazione, infatti, c’è un chiaro no alle rendite di posizione ed ai «ricatti» che hanno finora assai frenato l’azione di governo.

Nel centrodestra la situazione è più confusa ed il confronto è appena all’avvio. Ma se anche la discussione sul Partito della libertà assumesse come punto di riferimento l’emancipazione dai diktat delle formazioni più estremiste (Lega in testa) è evidente che potrebbero esser gettate le premesse per una «normalizzazione» del rissoso bipolarismo italiano. È ipotizzabile, infatti, che non sia diventato insopportabile solo a Romano Prodi dover passare il tempo a rassicurare alleati ed elettori intorno a certe inaccettabili uscite di esponenti di partiti di governo (dalle stanze del buco ai vaneggiamenti su Marco Biagi assassino); è più che probabile, insomma, che anche Silvio Berlusconi non ne possa più dell’evocazione dei fucili padani e della gogna per gli immigrati clandestini. Quante volte, nella stagione di governo, l’ex premier si è lamentato del fatto che «io tante cose le avrei fatte, ma i miei alleati me l’hanno impedito?».

Bene, forse il momento per dimostrare che le recriminazioni di Prodi e Berlusconi sono (o sono state) sincere, non è poi così lontano. Adesso che ne hanno la possibilità, sta a loro dimostrare che le periodiche denunce dei «ricatti» subiti dalle estreme sono sincere, e non un comodo alibi dietro il quale occultare limiti nella capacità di governo e programmmi inadeguati quando non addirittura strampalati.

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