Balzelli e tesoretti

(27 Ago 07)

Tito Boeri
La storia delle tasse è, da sempre, una storia di prelievi straordinari che diventano ordinari. C’era una guerra e allora il re o il signore feudale chiedevano un contributo straordinario ai loro sudditi. Poi la guerra finiva, ma le tasse rimanevano perché il sovrano di turno convinceva l’aristocrazia che si era in guerra permanente e che bisognava mantenere un costoso esercito di professione per meglio proteggersi dai nemici. Chi non riusciva a fornire queste giustificazioni, doveva fronteggiare rivolte fiscali come quelle del 1297 e 1378 in Inghilterra. L’arte di governare è sempre stata l’arte di trasformare un’imposizione straordinaria in qualcosa di ordinario, inevitabile come il tramonto, cambiando il meno possibile le regole su cosa e come tassare per non alimentare il sospetto che si volessero introdurre nuovi balzelli. Come notano due storici economici, Edward Amnes e Richard Rapp, in un saggio che molti nostri politici dovrebbero leggere, «il potere di cambiare le tasse è il potere di distruggere i governi».

Paradossalmente in questa legislatura si sta facendo esattamente il contrario. Il governo non perde occasione per trasformare il gettito ordinario in entrate straordinarie e molti personaggi tra le sue file cercano un ruolo di primo piano paventando nuovi aggiustamenti all’insù delle aliquote, non paghi dei danni causati alla popolarità dell’esecutivo dalle modifiche apportate nell’ultima Finanziaria. Mentre all’opposizione vi è chi fomenta forme, più o meno legali, di rivolta fiscale.

Da quando è in carica, il governo ha sempre sottostimato le entrate. Nel 2006 l’errore compiuto nelle stime del governo è stato mediamente di 22,5 miliardi (14 miliardi in autunno e 31 in primavera), vale a dire un punto e mezzo di Pil. L’esecutivo, nell’ultima Finanziaria, ha stranamente previsto che le entrate fiscali nel 2007 sarebbero cresciute meno del prodotto interno lordo, per poi riportarle in linea nella Relazione Unificata di marzo. Secondo aggiustamento nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef) varato a giugno. Terzo aggiustamento venerdì scorso quando, in base ai risultati dell’autotassazione, una nota del ministero dell’Economia ha corretto il gettito previsto di altri 4 miliardi, portando l’errore rispetto alle stime della Finanziaria a 17 miliardi.

Certo, gli errori previsivi sono inevitabili. Ma la dimensione di questi errori (più di un punto di Pil sia nel 2006 sia nel 2007, 15 volte l’errore medio compiuto nelle stime nei 10 anni precedenti) e il fatto che siano tutti per difetto desta qualche sospetto. Il dubbio è che si sia voluto sottostimare il gettito per non dare munizioni al partito della spesa. Se era questo l’intento, si può dire che è clamorosamente fallito: la spesa è cresciuta del 12 per cento nei primi sei mesi del 2007, il decreto di giugno ha preso impegni per ulteriori 6 miliardi e il Dpef ha una lista di spese eventuali da finanziare superiore a 20 miliardi. L’esecutivo è invece mirabilmente riuscito nel dare l’impressione ai cittadini di uno Stato vessatorio che procede a prelievi straordinari, che portano poi all’accumulazione di tesoretti, oggetto delle brame di ministri e potentati vari. Quando una parte consistente dell’incremento del gettito è del tutto fisiologica: ad esempio, il forte incremento del gettito Ires si spiega col fatto che le tasse sui profitti sono le prime a salire quando l’economia riparte.

È così in un clima da Stato vessatorio, con minacce di scioperi fiscali e toni bellicosi, che diversi esponenti della maggioranza hanno voluto rilanciare, con invidiabile tempismo, proprio quelle proposte di riforma fiscale che prevedono di ritoccare alcune aliquote all’insù. Ora è indubbio che un sistema che tassa il lavoro ad aliquote del 60 per cento, le imprese, dunque il capitale direttamente produttivo, al 42 per cento (le aliquote più alte in Europa) e le rendite finanziarie al 12 per cento sia squilibrato. Ma il governo ha preso da tempo l’impegno di destinare i proventi della lotta all’evasione alla riduzione della pressione fiscale e la nota del ministero dell’Economia di venerdì scorso certifica che almeno 7 miliardi di gettito aggiuntivo rispetto alle stime della Finanziaria sono ascrivibili «alle misure di contrasto all’evasione introdotte dal governo a partire dal luglio 2006».

Dunque, se vuole rispettare gli impegni presi, il riequilibrio del nostro sistema fiscale non potrà che avvenire in un disegno di riduzione della pressione fiscale complessiva. Questa volta però le tasse si devono ridurre davvero, non come nella passata legislatura quando erano al governo gli attuali alfieri della rivolta fiscale. Il fatto è che per ridurre le tasse bisogna contestualmente ridurre la spesa o varare misure a costo zero che favoriscano la crescita. Il governo sembra intenzionato a partire dalle imprese. Ecco il patto che allora potrebbe loro proporre: aliquote Ires riportate al di sotto dei massimi europei, taglio dei trasferimenti alle imprese e nuove misure di liberalizzazione nei settori che macinano profitti perché ancora largamente al riparo dalla concorrenza, come energia, banche e assicurazioni.

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