Oltre l’emergenza

(26 AGo 07)

Mario Tozzi
Mentre il Peloponneso brucia e nel Sud Italia si solleva forte l’odore degli incendi, si dovrebbe cercare di ragionare su come, in tutto il Mediterraneo, possano i criminali del fuoco bruciare indifferentemente uomini e case, boschi e animali facendola sempre franca.

E soprattutto, di cosa si dovrebbe finalmente fare dopo i roghi. Tutti i nodi che l’emergenza ricorrente degli incendi reca con sé sono venuti al pettine in quest’estate di fiamme, soprattutto a causa delle vittime: ogni anno in Italia vanno comunque distrutti quasi centomila ettari di aree verdi, ma – spiace farlo notare – se ne parla solo se ci sono i morti, come se non si trattasse di un’emergenza comunque. Oltre cinquanta vittime in Grecia è un record che nessuno immaginava di raggiungere e che si aggiunge ai morti italiani, mentre rimanda con la memoria a quelli passati della Costa Azzurra, della Sardegna e della Spagna. Non risulta che alcuno di quei criminali sia stato assicurato alla giustizia.

Non solo un problema di paesaggio
Si torna così a chiedere lo stato di emergenza e magari l’aiuto dell’Unione Europea o dello Stato, sollevando il dubbio su cosa abbiano fatto i governanti greci o gli amministratori pugliesi e calabresi quando gli incendi erano lontani, ma si poteva prevedere sarebbero tornati. Quando non si arriva ai morti, per ogni cento ettari bruciati vengono comunque distrutti quasi mille nidi di uccelli e habitat importanti per animali di varia foggia e natura, cioè si perde quella ricchezza che va sotto il nome di biodiversità. Il bosco poi è spesso fonte di reddito diretta, per via dei disboscamenti mirati, ma anche indiretta: quanti avranno piacere a tornare in vacanza su coste e campagne sfregiate da macchie nere per anni? Non è solo un problema di paesaggio, ma di qualità della vita che va perduta nel disinteresse – tutto mediterraneo – per un patrimonio che, appartenendo a tutti, non appartiene a nessuno.

Una pineta non vale una faggeta
La prima risposta dovrebbe essere culturale: alberi e boschi non possono essere valutati in termini puramente commerciali, non sono cioè rimpiazzabili, e – anzi – l’averli considerati solo come merce ha portato alla costruzione di ecosistemi artificiali, caratterizzati da un verde di qualità scadente, poco diversificato e soggetto facilmente alle fiamme. Una pineta non vale una faggeta, non a caso ci vogliono trent’anni per mettere in piedi la prima e oltre sessanta per la seconda.

Una seconda risposta arriva dal basso, come a Ortona dei Marsi, piccolo centro dell’Appennino abruzzese evacuato per il fuoco a fine luglio, dove i cittadini si sono organizzati in comitati che non solo chiedono pene più severe, ma sensibilizzano l’opinione pubblica e raccolgono fondi per un progetto di recupero ambientale delle aree incendiate. Ortona è nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise che ha perso almeno 270 ettari di faggete secolari, i boschi più maestosi e importanti dell’Appennino e i parchi sono stati l’obiettivo degli incendi di quest’anno: oltre 9000 ettari protetti bruciati che non significano solo alberi distrutti (come il rarissimo pino loricato del Pollino), ma anche cancellazione degli habitat del lupo italico come del picchio nero, del capriolo garganico o delle centinaia di testuggini arrostite senza scampo nelle aree che le avevano protette per decenni.

È il momento di muoversi
La decisione di affidare il catasto delle aree incendiate alle prefetture, come suggerisce la Protezione Civile, è un primo passo positivo, ma non va incoraggiata la richiesta dello stato di emergenza da parte di regioni che per il resto dell’anno non si preoccupano affatto degli incendi e non fanno alcunché per prevenirli: i finanziamenti devono andare a chi subisce meno roghi, non incrementare una corsa al fuoco per ottenerli.

È tempo di nuove strategie, a partire dall’uso dei satelliti per la sorveglianza, da più fondi e uomini per il Corpo Forestale dello Stato e da operazioni di intelligence per acchiappare i criminali del fuoco, cosa che ha un ottimo potere deterrente: all’isola d’Elba nessun incendio si è più verificato dopo l’arresto di due criminali qualche anno fa. Ci sarebbe poi la legge 353/2000 che proibisce una serie di attività nelle aree percorse da incendi, per disincentivare i roghi a fini di lucro. Lentezze burocratiche e lassismo degli enti locali hanno reso vano questo strumento: se non si vuole essere chiamati sul banco degli imputati ora è il momento di muoversi.

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