La stagione dei partiti usa e getta

(22 Ago 07)

Maurizio Viroli
La politica italiana sembra essere pervasa da un’irresistibile volontà di dimostrare la propria forza creatrice: nascono o si preparano a nascere nuovi partiti e riaffiora l’idea di cambiare anche la Costituzione per adeguarla al nuovo scenario. I protagonisti di questo sforzo presentano la loro opera come una dimostrazione di capacità di rinnovarsi, di coraggio e di fantasia. Benché la capacità di rinnovarsi, il coraggio e fantasia siano spesso doti politiche lodevoli, in questo nostro contesto italiano la vera virtù da riscoprire sarebbe piuttosto la prudenza che insegna a trattare i problemi politici con animo grave e a considerare attentamente i pericoli più che a magnificare i benefici attesi.

Fondare partiti dovrebbe essere opera da intraprendere con grande attenzione per l’ovvia ragione che la qualità dei partiti politici determina la qualità della vita democratica. Chi si accinge a imprese di questo tipo dovrebbe spiegare a se stesso e ai cittadini che esistono impellenti ragioni ideali e legittimi interessi che non possono essere sostenuti entro i partiti esistenti. Partiti che non esprimono serie ragioni ideali e legittimi interessi di componenti rilevanti della società fanno più male che bene per l’ovvia ragione che non rappresentano nulla che meriti di essere rappresentato. Le nostre democrazie, vale la pena rammentarlo, sono, appunto, rappresentative, ovvero hanno bisogno di istituzioni che sappiano portare nelle deliberazioni, e mediarle e raffinarle, esigenze ideali e sociali serie.

Il fatto stesso che un nuovo partito possa essere creato per volontà di un uomo in pochi giorni dimostra che la nuova creatura è un partito personale, nel significato che Norberto Bobbio spiegò proprio sulle colonne di questo giornale: «Non un’associazione che ha creato un capo, ma un capo che ha creato un’associazione». Personale è Forza Italia, personale sarà il Partito della libertà. Diverso il processo di costruzione del Partito democratico, ma anche in questo caso la convinzione che guida i gruppi dirigenti pare essere che i partiti siano corpi meccanici che si possono agevolmente fondere o comporre anziché corpi storici da governare e riformare con grande cautela. Da questa mentalità si distingue la costruzione della Sinistra democratica perché, in questo caso, l’ispirazione è quella di mantenere viva una tradizione politica (il socialismo democratico) e di resistere alle combinazioni di partiti.

Con questa eccezione, l’immagine complessiva è quella che i partiti siano più simili a prodotti che si possono usare e gettare, o rilanciare sul mercato con qualche aggiustamento o nuovi nomi, più che a opere di buon artigianato da conservare e restaurare. Niente di male, se non fosse vero che la democrazia senza partiti in senso proprio non è stata ancora inventata. Del resto, nei Paesi democratici sempre citati quali esempi, quanti nuovi partiti sono nati dalla fine della guerra a oggi?

Se è sconsigliabile creare e rinnovare a cuor leggero quando si tratta di partiti, diventa peccato grave quando si tratta della Costituzione, soprattutto quando chi ne propone la riforma dimostra di non conoscerla, com’è appunto il caso del commentatore intervenuto su questo giornale due giorni fa. Nel suo scritto si legge infatti che la costituzione «fa della Repubblica, cioè dello Stato, il fondamento dei diritti individuali». La verità è che per la nostra Costituzione (art. 2) «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», dove «riconoscere», come tutti sanno, non vuol dire fondare ma dichiarare che i diritti dell’uomo sono preesistenti (dal punto di vista normativo) allo Stato. Se è con questa competenza che vogliono riformare, meglio lasciare le cose come stanno.

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