Sarkozy e le riforme a metà

(17 Ago 07)

Carlo Bastasin
Nicolas Sarkozy è riuscito a creare un’incredibile confusione negli osservatori italiani. L’ipotesi di un presidente giovane e ambizioso che controlla il 70% dei voti in Parlamento e coinvolge l’opposizione nel governo è troppo forte per non scuotere i sismografi con cui misuriamo gli equilibri tra destra e sinistra in Italia. Eppure Sarkozy segue fedelmente il modello politico di destra degli ultimi 15 anni in Europa, non c’è ambiguità nella sua politica economica: di fronte alla pressione della globalizzazione, liberalizza il mercato del lavoro e protegge quello del capitale. La stessa cosa avevano fatto i predecessori conservatori anche negli altri Paesi europei. In questo senso, nonostante l’immagine fresca e accattivante, Sarkozy è uno dei politici più vecchi d’Europa.

I confusi giudizi italiani dipendono dal fatto che il Presidente francese si può permettere scelte non di parte nelle politiche sociali o nelle relazioni internazionali. Il suo programma politico-economico invece è molto chiaro, se letto secondo le categorie della politica del Novecento: nonostante la globalizzazione e l’apertura delle economie, Sarkozy ragiona ancora in termini di capitale contrapposto al lavoro. Il programma presentato in Parlamento da François Fillon prevede riforme interne del mercato del lavoro che vengono «rese accettabili» da maggiore protezione delle industrie francesi dalla concorrenza straniera. Si può discutere se le singole misure siano giuste o sbagliate, ma l’adeguamento dell’economia francese alla concorrenza globale viene realizzato rendendo flessibile il solo fattore produttivo del lavoro e non il capitale.

Il Lavoro. Il nuovo governo francese ha disinnescato il limite delle 35 ore all’orario lavorativo defiscalizzando gli straordinari e aumentando la flessibilità dell’impiego.

Intende inoltre intervenire sulla contrattazione collettiva. Quindi ha affrontato il tema del «service minimum», già sollevato dalla commissione Mandelken nel 2004, che garantisce che il diritto di sciopero, soprattutto nel settore dei trasporti, non paralizzi il Paese com’era successo nel ‘95 e nel 2003. La proposta è un modo efficace per mettere i diritti dei cittadini in opposizione a quelli dei sindacati: il 70% dei francesi è favorevole al «servizio minimo» e il 79% desidera che venga esteso ad altri settori.

Il Capitale. In materia di imprese Sarkozy è molto meno liberale. Alla sua prima uscita europea ha ottenuto che il tema della concorrenza fosse retrocesso dalle finalità «costituzionali». Quindi ha chiesto una politica valutaria per l’euro funzionale a difendere le imprese. Ha ribadito la politica dei campioni nazionali. «Una strategia industriale non è un diritto, è un dovere – ha detto di recente a Le Bourget – e una nazione che abbandona le proprie fabbriche è una nazione che ha perduto la sua identità». Infine il ministro delle Finanze, Christine Lagarde, ha rinnegato i piani di cessioni nel capitale di Edf controllata dal governo con l’87%.

Una politica così chiaramente orientata da un lato a proteggere le imprese e dall’altro ad aprire il mercato del lavoro è quello che io chiamo «protezionismo di parte». Un criterio che – a destra come a sinistra – ha caratterizzato non solo i precedenti governi francesi (in modo esemplare con Villepin, Jospin e Balladur), ma anche quelli tedeschi e italiani di fronte alla globalizzazione. Se Berlusconi ha varato la legge Biagi che liberalizza il lavoro e non ha fatto altrettanto in materia di imprese, il centrosinistra liberalizza i mercati dei prodotti, ma non il lavoro. Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia tedesco conservatore ha ipotizzato di vietare agli stranieri il controllo delle imprese tedesche, mentre i suoi alleati di coalizione socialisti vogliono proteggere i soli rapporti di lavoro. Il «protezionismo di parte» è un riflesso politico che risente dell’ideologia del Novecento. Le distinzioni tra capitale e lavoro oggi sono molto più difficili da riconoscere, in economie aperte i due fattori non sono più contrapposti, eppure essi hanno alimentato la retorica della destra e della sinistra del secolo scorso e oggi sopravvivono nel linguaggio e negli interessi elettorali dei partiti.

I Paesi che hanno affrontato la globalizzazione con successo, sia a destra sia a sinistra, hanno realizzato riforme che riguardavano sia il lavoro sia il capitale. Margaret Thatcher ha certo indebolito le resistenze sindacali, ma contemporaneamente ha reso dinamici i mercati finanziari e contendibile la proprietà delle imprese. Lo stesso è avvenuto con forme e metodi molto diversi nel Benelux e in Scandinavia. Perfino in Germania, le riforme del governo d’impresa che negli Anni Novanta hanno sciolto gli intrecci del capitalismo tedesco, hanno prodotto risultati solo dopo l’Agenda 2010 con cui Schroeder ha finalmente reso più dinamico anche il mercato del lavoro. Differenze tra destra e sinistra rimangono tra questi Paesi e all’interno di essi, ma ciò che ha perso significato in un’economia «aperta» alla globalizzazione è proteggere gli interessi di parte e scaricarne i costi solo sull’altra metà dell’elettorato secondo la logica dello scontro ideologico.

Perché Sarkozy non rimanga il politico vecchio che appare in base al criterio del protezionismo di parte, dovrà dimostrare di saper rendere dinamico e aperto anche il mondo delle imprese francesi. Sarà rivelatorio il suo atteggiamento nei confronti dell’Europa. Le politiche europee si scontrano infatti con una politica protettiva delle imprese nazionali, mentre sulle politiche del lavoro hanno un’influenza meno diretta. Non è un caso che l’Antitrust europeo, la Bce e le politiche commerciali comuni siano bersagli del neo presidente. Le sue politiche sono di chiusura nazionale e non di apertura, infatti non riesce a sviluppare una visione di governo della globalizzazione. Ma la preferenza per la «chiusura» della politica è la diretta conseguenza del fatto che Sarkozy è prigioniero dello schema novecentesco di una destra che protegge il capitale, contrapposta a una sinistra come quella francese, prigioniera della protezione del lavoro. Il protezionismo di parte è il contrario di un buon modello per un politico che voglia affrontare con successo la globalizzazione.

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