In Sicilia il ricatto del ponte

(18 Ago 07)

Alfio Caruso
Nell’anno che ha cancellato il ponte sullo Stretto crollano ponti in Cina e negli Usa. E se la Cina rimane lontana, assieme ai suoi poveri operai deceduti forse per la cupidigia d’impresari troppo attaccati al denaro, l’America, al contrario, rimane il costante punto di riferimento, nel bene e, soprattutto, nel male. Diverse voci hanno commentato con malcelata soddisfazione lo sbriciolamento nel Mississippi del ponte Interstate 35W, tra Minneapolis e Saint Paul. Assieme alle campate accartocciatesi dentro il grande fiume, per molti è finalmente crollato uno dei principali miti statunitensi: la possibilità d’inseguire la seconda chance trasferendosi dal New Messico al Canada, dall’Atlantico al Pacifico, grazie alla più straordinaria concentrazione di autostrade dei cinque continenti. E, di questo reticolo, gli oltre 160 mila ponti costituiscono una nervatura insostituibile.

Ma siamo sicuri di poter guardare con aria di sufficienza all’ennesimo problema, 60 mila ponti a rischio, che l’amministrazione Bush rischia di lasciare in eredità? A noi per entrare in fibrillazione di ponte ne basta uno, quello sullo Stretto. Benché i siciliani abbiano ben altri problemi dei quali occuparsi, Garibaldi e lo strangolamento di Roma su tutti, possibile che nemmeno in quest’occasione si sia parlato della struttura che dovrebbe sfidare Scilla e Cariddi? Senza rifarsi al primigenio studio di fattibilità di una società giapponese, che immaginiamo superato dai progressi della tecnica e della scienza, il ponte sullo Stretto porta comunque con sé un fastidioso punto interrogativo: il maremoto. Come sanno bene gli esperti della Protezione civile, il vero incubo non è l’eruzione dell’Etna che arriva fino alla costa, bensì il mare che si solleva e sommerge la riviera da Catania a Milazzo, una riedizione molto più tragica di ciò che accadde nel 1908 a Messina (100 mila morti). E dinanzi al maremoto non esistono – temiamo – ingegneria e impiantistica in grado di tenere. Gli esperti spiegano che, con la placca iberica in subbuglio, questa zona del Mediterraneo non offre garanzie di stabilità. I due vulcani attivi nel raggio di 200 chilometri, Stromboli ed Etna, possono suscitare movimenti tellurici dalle conseguenze incalcolabili. L’onda anomala, parente assai prossima del maremoto, che colpì Stromboli cinque anni addietro ha fornito l’esempio di quale potrebbe essere l’emergenza qualora la Natura decidesse di fare sul serio. Eppure, in ogni dibattito sull’opportunità di costruire questo benedetto ponte, la sicurezza viene data per scontata. La sicurezza garantita dagli uomini, senz’altro, ma quella garantita dai quattro elementi? Non sarà un caso se, fin dall’antichità, quel braccio di mare è sinonimo di mistero e di paura, di racconti del terrore in largo anticipo sull’horror hollywoodiano. Viceversa, ci si accapiglia sull’opportunità, sui fastidi, sui costi, sulla concreta utilità del ponte, ma si sorvola sulla domanda che non ha una risposta. D’altronde, i grandi trombettieri del ponte, Lombardo, Cuffaro, Miccichè, Scapagnini, vanno capiti. Hanno le giornate, le settimane, i mesi occupati per intero dalle malefatte di Garibaldi, dei garibaldini e dello Stato centrale. Lombardo, addirittura, per rallegrare la sua malinconica espressione ha adottato un riporto che va da Marsala a Teano. I nostri eroi sono talmente presi dall’enumerazione dei torti subiti da dimenticare che i governi liberticidi per lunghi anni sono stati guidati dai corregionali Di Rudinì, Crispi, Orlando, Scelba; che dicasteri delicati sono stati occupati da Mattarella, Aldisio, Restivo, Gioia, Mannino, Bianco; che, in 146 anni di unità, la stragrande maggioranza dei direttori generali dei ministeri sono stati meridionali e la stragrande maggioranza di questi erano siciliani. Però è sempre lo Stato patrigno a voler negare il ponte, di cui ogni giorno si comprende meno l’utilità. Capita così che Lombardo e Scapagnini si facciano carico di guidare una patetica marcia su Roma per chiedere il ponte anziché il collegamento ferroviario diretto Catania-Palermo, 220 chilometri per i quali occorrono sei ore di percorrenza con cambio a Messina. E che dire delle due strade veloci Trapani-Siracusa e Messina-Agrigento, senza le quali non esiste alcuna speranza di un serio sviluppo turistico? Ma qui entrano in gioco gli interessi particolari dei privilegiati titolari delle linee di trasporto interurbano, tra i quali, fino a qualche anno addietro, risultavano alcuni familiari di Cuffaro. Dal dopoguerra, da quando il dottor Michele Navarra, riverito boss di Corleone ai cui ordini sparava Leggio, ebbe il permesso dagli Alleati di raccogliere gli autoveicoli abbandonati e di fondare l’Int (International transport), i siciliani per muoversi da un posto all’altro hanno dovuto sottostare ai capricci, ai disagi e alle tariffe imposte dai padroni degli autobus. E a Roma hanno pensato bene di proteggerli limitando i tracciati della ferrovia, che a volte si sgranano ancora a binario unico, usando carrozze capaci di ben figurare nelle mostre del vecchio West. L’ultima beffa, sulla quale purtroppo il governo Prodi tace, consiste nell’aver legato l’agognato sviluppo ferroviario e stradale al ponte sullo Stretto. All’apparenza, ha tutta l’aria di un ricatto

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