Protesta a babbo morto

(4 AGo 07)

Riccardo Barenghi
Poi magari in autunno cade lo stesso perché qualcuno avrà deciso (o forse ha già deciso) che il suo tempo è finito. Ma certo le vacanze non cominciano male per Prodi. Accordi firmati da tutti, dalla Cgil alla Confindustria, leggi approvate dal Parlamento o avviate dal governo, lettere agli «amici» della sinistra radicale, altolà a nuove maggioranze con Casini… La tranquillità ostentata dal premier, di solito infondata, oggi una sua ragione ce l’ha. E a turbare il suo riposo non sarà nemmeno l’annuncio della manifestazione del 20 ottobre organizzata dalla Cosa rossa, o meglio da una sua parte.

Un’iniziativa che, per come è nata, per quando è stata fissata e per le intenzioni di chi l’ha organizzata, non contiene in sé nessun pericolo per il governo, tanto più che i suoi promotori non hanno nessuna intenzione di farlo cadere. Vuole essere un’altra cosa, uno stimolo a spostare l’asse dell’esecutivo più a sinistra, una pressione per cambiare alcuni provvedimenti – in particolare quello sul Welfare – un’occasione per misurare la forza della sinistra alternativa che progetta di unirsi (prima o poi). Ma si tratta di un’iniziativa che si rivela debole proprio per gli obiettivi che si propone. Innanzitutto perché se forze politiche che non stanno solo nella maggioranza ma direttamente nel governo, con loro ministri e sottosegretari, vogliono modificare le scelte politiche del “loro” governo, dovrebbero farlo quando questo vara il provvedimento più importante della sua attività, ossia la legge finanziaria.

La quale, come è noto, esce da Palazzo Chigi il 30 settembre e non il 20 ottobre. Dunque, se manifestazione doveva essere, sarebbe stato molto più efficace farla a settembre, in contemporanea con la gestazione della legge di bilancio. Un mese dopo, il babbo della Finanziaria sarà già morto, cioè il Parlamento, e probabilmente sarà troppo tardi per modifiche rilevanti.

La seconda ragione di debolezza sta nella modalità con cui questa manifestazione è stata convocata. Non dai leader dei partiti della Cosa rossa, che facendolo si sarebbero assunti onori e oneri, ma da una decina di nomi più o meno illustri del mondo della sinistra che hanno firmato un appello pubblicato da «manifesto» e «Liberazione». Le forze politiche poi si sono limitate ad aderire, chi convinto come Rifondazione e Pdci, chi dubbioso come la Sinistra democratica di Mussi (la cui dichiarazione è tutt’altro che un incoraggiamento a scendere in piazza, della serie «right o wrong is my government»), chi liquidatorio come Pecoraro Scanio che addirittura contropropone una sorta di happening (della serie, musica per Prodi).

Una forma che rende esplicita anche la sostanza, ossia l’evidente debolezza di chi si trova letteralmente incastrato nella tenaglia del governo: ci sta scomodo, in grande disagio, non riesce a ottenere risultati degni di questo nome per l’investimento politico che ha fatto un anno e mezzo fa, ma non vuole o non può farlo cadere. L’occasione però avrebbe potuto essere quella giusta per dimostrare fisicamente l’esistenza di un polo alternativo al Partito democratico, appunto la Cosa rossa. Peccato però che questa Cosa si sia divisa prima di unirsi, ieri sulle pensioni, oggi sulla manifestazione. Magari alla fine poi ci andranno tutti, ma tra mille mal di pancia, distinguo, prudenze, paure. Tanto più che il giorno fatidico arriva tardi anche per manifestare la propria esistenza, cioè quando un altro babbo sarà già morto: sei giorni prima del 20 ottobre infatti Veltroni sarà stato incoronato leader del Pd. Se la sinistra radicale voleva battere un colpo, avrebbe dovuto anticiparlo, al limite anche solo al giorno prima della Convention del nuovo partito. Rubandogli la scena politica e mediatica.

Nel frattempo Prodi, se sarà ancora in sella, potrà continuare la sua navigazione a vista contando sulle debolezze e sulle divisioni di chi è costretto a sostenerlo obtorto collo: la Cosa rossa da un lato, il Partito democratico dall’altro.

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