Il ritorno di Rutelli

(3 AGo 07)

Enzo Bettiza
Chi sarà mai in grado di sciogliere il rebus delle riforme e della governabilità che da quindici anni grava come una spada di Damocle sulla seconda repubblica? Era questo il nocciolo del ben ragionato editoriale di Luca Ricolfi, pubblicato lunedì col titolo «Il rebus italiano», che ho letto e condiviso dalla prima all’ultima riga. Riassumo il passaggio analitico che mi ha colpito di più. Dice Ricolfi che, se i riformisti del centrosinistra avranno il fegato di ripresentarsi alle elezioni con la litigiosa sinistra estrema, la maggior parte degli elettori dirà «no grazie». Se invece marceranno da soli, o con la stampella dell’Udc, i voti sottratti al centro potranno essere meno di quelli ceduti al cartello con cui, probabilmente, si presenteranno le forze massimaliste collocate a sinistra del Partito Democratico. I riformisti, insomma, rischierebbero di perdere la rincorsa sia nell’uno che nell’altro caso, ed è qui il dilemma che oggi attanaglia il Partito Democratico e ne alimenta le tensioni di fondo: il limite più grave di Veltroni è di aver parlato come se il problema delle alleanze non esistesse, mentre a Rutelli va ascritto il merito di aver rotto il tabù, ponendo urgentemente all’ordine del giorno proprio quel problema.

Difatti: è Francesco Rutelli la novità di rottura emersa con forza, dopo un periodo di quasi silenzio e di scarsa visibilità, dall’ormai cronicizzata crisi di stallo in cui versa il centrosinistra con le sue promesse poco mantenute e quasi sempre rinviate. Il rutelliano «manifesto dei coraggiosi», che insieme col progetto del Partito Democratico suona come un epitaffio per Prodi, pone domande scottanti quanto ineludibili per coloro che intendono ridare al riformismo la centralità terapeutica che gli spetta nella malata politica italiana. Con chi allearsi per vincere se non con partner di «nuovo conio»? Come e con chi governare, governare davvero, anziché parodiare una pseudogovernabilità bloccata dai veti di partitini attestati su posizioni minoritarie insostenibili? Come e con chi modernizzare un’Italia che rischia di diventare la ruota di scorta dietro i convogli in corsa dei Sarkozy, delle Merkel, dei Brown e perfino degli Zapatero?

Tutte queste domande, che di per sé implicano risposte severe, hanno conferito di colpo a Rutelli, apparentemente obnubilato fino a ieri tra i notabili di seconda fila del centrosinistra, il ruolo di «coscienza critica» di un riformismo frustrato e irrealizzato. La sua improvvisa sortita in campo aperto, con manifesti provocatori, interviste esplicite, dichiarazioni eterodosse, gli stanno conferendo altresì i tratti di un riformista erratico: il quale, non riuscendo a trovare un fertile terreno di modernità nella frammentazione delle Unioni e degli Ulivi, ha deciso di favorire la nascita di un partito che non c’è ancora e che, quando uscirà dall’incognito, dovrà o dovrebbe nelle sue intenzioni diventare il motore di un progressismo non ecumenico alla Veltroni o postcattocomunista alla Parisi. Ma univoco, compatto, razionale, senza stravaganti sfilacciamenti estremisti tenuti assieme dalla rendita di un antiberlusconismo ormai anacronistico e controproducente: insomma non una federazione di exeità nostalgiche, faziose, bensì un partito rinnovato dalle fondamenta, sufficiente a se stesso e con la testa volta in avanti.

Certamente non mancano dubbi più che giustificati sulla reale tenuta del prossimo Partito Democratico. La sua futura realizzabilità politica appare già minata o contaminata da sovraffollamenti di liste, risse visibili e invisibili, infiltrazioni e assedi da parte di personalità contestate come Bonino, Pannella, Di Pietro, che a loro volta contestano la chiusura oligarchica del direttivo della nuova entità politica. Ma se Veltroni, per ora leader virtuale, diverrà il leader effettivo del partito, egli avrà tutto da guadagnare concedendo alle idee, agli impulsi e alla posizione di Rutelli lo spazio che indubbiamente meritano. Se l’intesa fra i due vecchi amici prevarrà sugli spiriti animali della concorrenza, il partito non potrà che trarne vantaggio per la propria crescita e vitalità.

Vale la pena, in un mondo così mefistofelicamente dominato dalle tecnologie mediatiche, di fare qualche considerazione in margine sulla biografia e l’immagine pubblica di Rutelli. Egli proviene dalla buona borghesia romana, dal generone più generoso, per dirla in termini non riduttivi ma sociologici. Padre architetto, uno zio noto scultore, una moglie come Barbara Palombelli giornalista affabile e di successo. La sua adolescenza e gioventù, in bilico tra crocefisso e qualche spinello veniale, sono state marcate dalle scuole dei gesuiti e dalle trasgressioni esibizionistiche del primo partito radicale che gli sono costate un breve soggiorno in prigione. Però la fede e la moderazione cattoliche non lo hanno mai abbandonato; ha completato il matrimonio civile col rito religioso e spesso ha sottolineato, anche in questioni delicate come aborto ed eutanasia, un sensibile riguardo per le posizioni della Chiesa. Il suo buon rapporto iniziale con Craxi venne offuscato da una battuta infelice – «gli auguro di mangiare il rancio a San Vittore» – pronunciata quando Tangentopoli travolse il capo socialista e di cui s’è pentito in seguito. Le sventure elettorali con Berlusconi non lo hanno sospinto all’odio facinoroso. Così come le fortune ministeriali e quelle politiche ai vertici della Margherita non ne hanno mutato il carattere né il tratto signorile. Il punto dolente e paradossale è invece nell’impatto d’immagine su una fascia schizzinosa del pubblico: al contrario di Veltroni, un non bello che in televisione piace a molti, Rutelli è un bello che non piace altrettanto. Si sa che il video è traditore. Egli difatti riesce assolutamente gradevole e avvincente se lo si incontra sciolto al ristorante. Nemici e detrattori non gli mancano all’interno del suo stesso schieramento. C’è chi dice che è diventato, con quei manifesti polemici e kiplinghiani, il grillo parlante del centrosinistra. Io invece, per quel che vale la mia opinione, gli riconosco oggi in sincerità il ruolo e il fervore di coscienza critica dei fallimenti riformisti del centrosinistra.

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