Vent’anni indietro

(1 Ago 07)

Remo Bassetti
Cadono in contemporanea la dichiarazione del ministro dell’Istruzione Fioroni di volere ripristinare l’esame di riparazione e l’intervista con il ministro della Difesa nella quale Parisi rimpiange i tempi della leva obbligatoria. A scuola i debiti formativi, a quanto pare, sono un fallimento. Del resto cosa volete che importi ai ragazzi italiani, che già viaggiano con una quota di 27 mila euro pro capite di debito pubblico (e che abitano in un Paese che ha sempre visto con favore la prospettiva di vivere sopra i propri mezzi) di accollarsi un debito in più, per giunta onorato di un appellativo grazioso, come «formativo»? La responsabilità della loro impreparazione, peraltro, ricade sugli istituti, il cinquanta per cento dei quali si astiene dall’organizzare i previsti corsi di recupero.

Quanto all’esercito, qualche giorno fa aveva destato sospetto l’aggiornamento delle liste di leva da parte della Difesa, benché liquidata come procedura burocratica. Nello smentire l’intenzione di reintrodurre la naja, tuttavia, il ministero ha voluto ricordare che la leva non è stata abolita ma solo «sospesa». E l’intervista di Parisi insiste sul dato che il numero di soldati professionalmente arruolatisi è insufficiente rispetto alle esigenze dell’Italia.

L’esperienza militare e la riparazione scolastica richiamano, di positivo, un ideale sociale che gli ultimi vent’anni hanno progressivamente spazzato via. Sia nel prestito gratuito delle proprie forze al servizio del Paese, al di fuori di un progetto individualistico, sia nella necessità che una classe scolastica viaggi più o meno uniformemente nell’impegno e nell’apprendimento è contenuta una tensione comunitaria tutt’altro che riprovevole. Il problema è che in entrambi i casi la soggezione al gruppo era ispirata a un rigore gerarchico ritenuto incompatibile con il senso partecipativo che educa e affeziona alla democrazia. La crisi della pedagogia scolastica affidata allo spauracchio della sanzione e l’oscurato fascino della caserma sono il frutto di un lungo processo storico che ne aveva decretato la morte prima che venissero ufficialmente cancellate, e che aveva trovato nella sinistra la promessa di visioni alternative. Per questo il ritorno di fiamma lascia assai sconcertati: contrariamente a quanto spesso si dice, il vero dramma della sinistra non è di essere schiava di pregiudizi ideologici con cui si rifiuta di fare i conti, bensì di essere troppo facilmente convertibile ai pregiudizi che aveva contribuito a demolire.

La scuola e la caserma, peraltro, toccano uno dei punti più delicati di una sinistra chiamata a responsabilità di governo: il rapporto con il principio di autorità. Riconoscerlo, e al tempo stesso rimeditarlo, trovando forme di applicazione compatibili con la propria storia e identità, è una delle sue lacerazioni più sofferte, come dimostrano i contrasti interni che sollevano le posizioni di Cofferati a Bologna. In ogni caso, ripensare vecchie esperienze in un contesto che nel frattempo si è ulteriormente evoluto e modificato non è solo una dichiarazione di bancarotta delle riforme precedenti, ma un trapianto irrealistico quanto insano. Suvvia, un po’ di fantasia: quando i giovani sfilavano contro la naja o l’autoritarismo dei docenti, rivendicavano, quale progetto palingenetico, l’immaginazione al potere. E certo non è prova d’immaginazione riportare nostalgicamente la società indietro di vent’anni. Il minimo che si possa addebitare (e non formativamente) alla classe politica è una grande pigrizia intellettuale.

Il recente pamphlet di Bruno Arpaia Per una sinistra reazionaria auspica che i due termini non suonino più antitetici, ma quel desiderio rischia di realizzarsi con una velocità e una nettezza certamente esorbitanti dalle intenzioni dell’autore.

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