Murdoch, lo squalo di carta

(1 Ago 07)

Carlo Bastasin
Perché l’uomo che ha preannunciato pochi anni fa la fine dei giornali spende ora 5 miliardi di dollari per comprare il Wall Street Journal? Dal punto di vista finanziario per Rupert Murdoch vale la valutazione di Voltaire sui banchieri: se li vedi saltare dalla finestra non chiederti perché, ma seguili: c’è certamente da guadagnare.

Sembravano azzardi i suoi investimenti in Fox e in MySpace, ma ne ha fatto macchine da denaro. Nessuno ha dubbi sul talento imprenditoriale del magnate australiano. Nemmeno i mercati: un prezzo offerto del 65 per cento più alto del normale nella proposta iniziale per le azioni Dow Jones, viene interpretato non come una follia, ma come un segno che la preda è più interessante di quanto la logica economica non spieghi.

Ma proprio questo è il problema. Murdoch per esempio non è mai riuscito a rendere il quotidiano londinese The Times redditizio, ma non ha mai pensato di liberarsene. I quotidiani di qualità sono per Murdoch strumenti mirati di influenza. Come molti manager ed editori di giornali, anche Murdoch coltiva quell’ambiguo disprezzo per la buona informazione che rasenta una sindrome da psicoanalisi. La strategia manageriale che preferisce è quella svelta del giornale popolare. Nell’informazione c’è però un solo modo di corteggiare le masse: chiamare popolare ciò che in realtà è populismo, privilegiare il pregiudizio rispetto alla ricerca dei fatti. Un editore britannico un tempo diceva che per fare un buon giornale popolare ci vuole più di una donna nuda in prima pagina, infatti Murdoch avrebbe suggerito di metterne almeno due.

I giornali di qualità servono ad altro e hanno a che fare con le infinite leggende sull’influenza politica del magnate australiano. Quando si è mosso per sostenere la guerra in Iraq, i suoi 175 media hanno convinto rapidamente l’opinione pubblica americana a condividere il catastrofico piano di invasione del presidente Bush. Negli Usa ci sono più ascoltatori dei notiziari di Fox che elettori alle presidenziali. I media inglesi stanno indagando sugli scambi di telefonate tra Tony Blair e lo stesso Murdoch nei dieci giorni che hanno preceduto la decisione di schierare le truppe britanniche a fianco di quelle americane. Altre versioni del superpotere di Murdoch scivolano direttamente nella paranoia.

Nel caso del Wall Street Journal si aggiunge però il problema degli interessi finanziari globali. Oltre all’industria dei media, Murdoch è direttamente interessato all’industria aerea e a quella finanziaria. Ma il compasso globale dei suoi media finisce per circoscrivere interessi politici diretti che vanno dalla Casa Bianca a Washington fino al Comitato centrale di Pechino. Il suo ingresso nelle tv asiatiche sarà un capitolo dei libri di storia del 21° secolo. Per un gioco globale di tale portata il Journal è un eccellente veicolo. Si tratta del maggiore quotidiano finanziario del mondo. Il baricentro della cultura conservatrice americana e mondiale. Uno strumento di influenza che già ora ha molte delle devianze giornalistiche comunemente attribuite a Murdoch.

Il Journal è diviso anche fisicamente in una sezione di cronaca di eccezionale qualità e una di opinioni di stucchevole faziosità. Chi commenta i fatti di Bruxelles, per esempio, scrive da Londra senza tener conto delle cronache del quotidiano. Nel caso dell’informazione europea l’approccio ideologico deforma scientificamente l’immagine dell’Europa e dei suoi Paesi membri descritti come sclerotici e in mano ad autarchi e satrapi delle burocrazie. La retorica è tutta sbilanciata sul modello americano di Bush. Non c’è troppo da preoccuparsi di una futura influenza di Murdoch su questa linea editoriale. Il nuovo editore seguirà la linea più vicina a chi vincerà le prossime elezioni, fosse perfino Hillary Clinton. Ma il punto è che le opinioni del Journal non saranno più solo staccate dai fatti, ma piegate agli interessi, pur mutevoli, di un editore tanto speciale. Non è un pulpito comodo quello italiano per criticare Rupert Murdoch: in tutto il nostro giornalismo sono pochissimi gli editori di quotidiani non sospettabili di coltivare interessi diversi da quelli giornalistici.

Si afferma infatti proprio lo stesso difetto giornalistico: uno stile che anziché separare i fatti dalle opinioni, separa le opinioni dai fatti. Prevale lo schieramento ideologico sul duro lavoro di ricerca. L’autorevolezza delle opinioni non si basa affatto sull’autorevolezza della cronaca e dei giornalisti che ne sono attori. Una riflessione che le vicende del Wall Street Journal riportano di attualità: di tante transizioni incomplete verso la società aperta, che hanno riguardato la politica, la magistratura o la finanza, quella dei giornali italiani non è nemmeno cominciata.

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