Fausto: dobbiamo tornare alla diversità di Berlinguer

(1 Ago 07)

Augusto Minzolini
A pochi passi dall’ingresso dell’aula di Montecitorio, che un’oretta dopo accoglierà le dimissioni da deputato di Cesare Previti, Fausto Bertinotti lancia un segnale preciso al Palazzo, logorato ogni giorno da uno scandalo nuovo. «Tutto quello che avviene – osserva il presidente della Camera – dimostra che la lezione di Enrico Berlinguer ha sempre più valore anche per l’oggi. La questione morale in questo Paese esiste ed è più che mai attuale. Certo io non penso che la magistratura debba avere un ruolo di supplenza perché altrimenti potrei apparire giustizialista. Dico invece un’altra cosa: quella che abbiamo di fronte è una questione squisitamente politica».

Alla fine quel nome il leader di Rifondazione prestato alle istituzioni lo ha fatto. Ed Enrico Berlinguer, il segretario del Pci che negli ultimi anni i ds avevano messo in soffitta, ha un valore particolare nello scontro-competizione tra la sinistra riformista e la sinistra radicale. Qualche giorno fa un editoriale di Liberazione ha posto lo stato maggiore della Quercia di fronte alla scelta tra «politica e affari» e «politica e morale», «Fassino , D’Alema e Latorre – ha scritto il direttore Piero Sansonetti – o rivendicano pienamente Bettino Craxi, il suo pensiero, la sua leadership; o rivendicano Berlinguer». Ieri, quando la Giunta per le autorizzazioni, su spinta dei Ds ha optato, nei fatti, per rinviare a settembre ogni decisione sulle intercettazioni richieste dal Gip di Milano, Clementina Forleo, in contrasto con i rappresentanti dei neo-comunisti, lo stesso Bertinotti ha deciso di rimettere tra i piedi dei dirigenti della Quercia la figura di Berlinguer.

E’ un’operazione «squisitamente politica», appunto, che dà uno strumento in più alla sinistra radicale per affrontare una fase delicata come la campagna di autunno, quando su welfare, pensioni, Finanziaria, legge elettorale si giocheranno gli equilibri dentro la maggioranza, il futuro del governo e forse della stessa legislatura. E ritirare fuori oggi Berlinguer per contrapporlo ad una Quercia che sull’Unipol – secondo Bertinotti e i suoi – sembra aver fatto proprie le logiche di Bettino Craxi è un’operazione insidiosa, perché tocca uno dei tasti più sensibili della base diessina educata per quindici anni al mito di mani pulite (non per nulla tra le icone del veltronismo c’è anche il capo del pool di Milano, Francesco Saverio Borrelli).

La verità è che la «questione morale» sull’onda degli scandali sta tornando centrale nel Palazzo. Si tratti delle «intercettazioni» sull’Unipol o, ancora, del deputato Udc, Cosimo Mele, travolto da una notte di coca e sesso con una squillo in un albergo di via Veneto poco importa. Tutto fa brodo per i nuovi «moralisti» o per i «neo-giustizialisti». Anche perché gli imputati di turno spesso si difendono in maniera paradossale, per non dire comica. Di fronte ad un deputato che tra ristorante, albergo, prestazioni varie e droga ha speso migliaia e migliaia di euro per una notte di follie, il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, non ha trovato di meglio che chiedere un aumento delle indennità ai parlamentari per favorire la presenza della consorte nella Capitale, il famoso ricongiungimento famigliare. O ancora, oggi dopo il «caso Mele» farà sorridere – per non dire piangere – quel furgone-laboratorio davanti alla Camera organizzato dall’Udc per sottoporre i deputati volontari al test anti-droga: «Io mi presenterò lì – ha già dichiarato sprezzante Franco Grillini – fumando un cannone».

Se l’Udc fa la gioia della satira, anche l’atteggiamento del vertice diessino sulle «intercettazioni» appare, per usare un eufemismo, contraddittorio. Fassino e D’Alema prima hanno attaccato la Forleo. Poi hanno deciso di non opporsi al «sì» della giunta per l’utilizzo del contenuto delle conversazioni telefoniche con il patron di Unipol Consorte. Infine hanno optato per una tattica nei fatti dilatoria. «Io – spiega il presidente della Giunta, Carlo Giovanardi – ho fatto presente a Fassino che chiedere tempo per presentare in commissione una memoria di 400 pagine che poi chiede di dire sì alla Forleo non ha senso. Il problema è che lui e D’Alema debbono decidere una linea di condotta». In realtà il vertice diessino ha già scelto la sua strategia e non è il «sì» alla Forleo ma il rinvio in attesa di tempi migliori: da qui ad un mese o due c’è la speranza che Rifondazione diventi meno intransigente, che esca fuori qualche strumento giuridico per riportare a più miti consigli la Forleo, senza contare che a settembre la nuova legge che impone un’altra disciplina sull’uso delle intercettazioni sarà all’esame del Senato. Quindi la parola d’ordine è aspettare e sperare, specie se l’alternativa presenta più di un imprevisto: «Se la giunta dava oggi il suo “sì” oggi all’utilizzo delle intercettazioni – confida un esponente ds di primo piano – c’era il rischio che a D’Alema venisse recapitato un avviso di garanzia nel giro di una settimana».

Per cui, meglio tergiversare e intanto dare in pasto all’opinione pubblica un altro «caso». Così ieri Cesare Previti ha subito l’ennesimo processo nelle aule parlamentari. L’ultimo visto che si è concluso con le sue dimissioni da deputato. E pensare che anche l’avvocato del Cavaliere aveva confidato in un rinvio a settembre: gli avrebbe permesso un «coup de theatre». Passando dagli arresti domiciliari ai servizi sociali, Previti avrebbe potuto lasciare il Parlamento pronunciando lui stesso nell’aula di Montecitorio un «j’accuse» contro i giudici che lo hanno condannato. Invece non gli è stato concesso. «Hanno usato Previti ancora una volta come capro espiatorio – si infervora l’azzurro Guido Crosetto – per distogliere l’attenzione dalle intercettazioni. Gli hanno impedito di difendersi da solo e hanno trovato il modo di andare in vacanza con la coscienza meno pesante».

Già, in questa atmosfera il destino di Previti era segnato. La «casta» lo ha immolato in nome di quella «questione morale» che d’ora in avanti tireranno fuori in molti. Già, Antonio Di Pietro, ad esempio, l’ha indicata come il vero motivo della sua esclusione dalle primarie del Pd. «La vera motivazione – ha dichiarato ieri – è politica. Danno fastidio le mie posizioni sull’indulto, sulle intercettazioni, sull’autorizzazione a procedere per i parlamentari, sull’abrogazione delle leggi vergogna».

E pensare che il giorno prima l’ex-pm aveva inviato un «Sms» ai deputati dell’Italia dei Valori che assillati dai dubbi stavano raccogliendo le firme per la sua candidatura che recitava: «Non vi preoccupate. E’ come il poker. La mia candidatura è un “chip” per partecipare al gioco. Noi mettiamo il “chip” sul tavolo verde, ma non è detto che poi ci partecipiamo davvero alla partita». Un altro esempio, questa volta offerto da un «giustizialista» convinto, per un manuale su «etica e politica».

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