Il rebus italiano

(30 Lug 07)

Luca Ricolfi
A giudicare dai sondaggi di opinione, il principale risultato politico del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile di prima, il ritorno di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio.

Se non intervengono grosse novità, infatti, il centrosinistra ha davanti a sé solo due strade: perdere le elezioni perché si ripresenta con la sinistra estrema, e perderle perché non si ripresenta con la sinistra estrema.
Se i riformisti avranno il fegato di ripresentarsi con la sinistra estrema dopo lo spettacolo di divisione, litigiosità, incapacità di decidere visto fin qui, è facile prevedere che la maggior parte degli elettori dirà: no grazie. Se invece si presenteranno da soli, o con la stampella dell’Udc, è facile prevedere che i voti sottratti al centro saranno di meno di quelli ceduti alla «Cosa rossa», ossia al cartello con il quale presumibilmente si presenteranno le forze collocate a sinistra del Partito Democratico. Questo, che lo si voglia vedere o no, è il dilemma che oggi attanaglia il Partito Democratico, nonché la fonte principale delle tensioni che lo attraversano: è un grave limite di Veltroni aver parlato come se il problema delle alleanze non esistesse, ed è un merito di Rutelli e del suo «manifesto dei coraggiosi» aver rotto il tabù, ponendo finalmente all’ordine del giorno quel problema.
Vista da destra la situazione è rosea: allo stato presente dei rapporti di forza e stante l’attuale legge elettorale il centro-destra vincerebbe comunque le elezioni, qualsiasi cosa facciano Casini e i suoi (se l’Udc si alleasse con il Partito Democratico contro il resto della Casa delle Libertà, molti dei suoi elettori non seguirebbero il partito).
C’è un problema, però. Anche ammettendo che Berlusconi, insieme a molte leggi di parte, abbia fatto alcune ragionevoli riforme (cosa di cui, lentamente, ci si comincia ad accorgere persino a sinistra), resta il fatto che al termine del suo quinquennio il suo stesso elettorato era profondamente deluso, e anche gli osservatori più vicini al centro-destra rimproveravano al suo governo di aver fatto molto di meno di quel che era necessario (oltreché possibile, stante la sua amplissima maggioranza parlamentare). Certo si possono avere le opinioni più disparate su Prodi e Berlusconi, e si può pure pensare che sia impossibile far peggio di Prodi. E tuttavia è difficile, anche con il massimo di benevolenza per le riforme passate del centro-destra, pensare che il mero ritorno di Berlusconi al potere permetta quel cambio di passo nel cammino delle riforme di cui l’Italia ha disperatamente bisogno da quindici anni.
È questo, e non la debolezza del governo Prodi, il vero problema politico dell’Italia. L’Unione sta dimostrando, per chi si fosse illuso del contrario, di non essere in grado di modernizzare l’Italia. Ma la Casa delle Libertà aveva già fornito la sua dimostrazione negativa nel quinquennio precedente. Difficile immaginare che quel che non le riuscì allora le possa riuscire adesso. Credo che la maggior parte dei cittadini non intossicati di politica abbiano perfettamente chiaro il rebus italiano, e siano sempre più scettici e disincantati innanzitutto perché ne avvertono la insolubilità. Con questi attori in campo, con queste regole del gioco, con questa cultura politica, non se ne uscirà mai.
Ma esistono alternative?
Personalmente penso di no, almeno nel breve periodo. Perché qualcosa di sostanziale cambiasse effettivamente nello stanco gioco della politica italiana sarebbero necessarie almeno tre condizioni, che al momento non paiono a portata di mano. La prima è che i due parafulmini, Prodi e Berlusconi, facessero un passo indietro lasciando a leader più giovani – ma soprattutto meno segnati dall’odio – di condurre le danze della politica. La seconda condizione è la nascita di quello che si potrebbe chiamare il «partito del merito»: una forza politica radicalmente riformista e modernizzatrice, non pregiudizialmente schierata con la destra o con la sinistra, ma abbastanza forte in Parlamento da risultare necessaria per formare un governo. La terza condizione è più difficile da definire, ma è forse la più importante: sarebbe utile ripensare la storia di questi quindici anni, la storia della seconda Repubblica, anche come una storia comune, in cui i riformisti di entrambi gli schieramenti sono stati ostaggio delle rispettive ali conservatrici (non necessariamente radicali, o estremiste o massimaliste: talora sono proprio i cosiddetti moderati che bloccano le riforme).
Se quest’opera di ripensamento venisse compiuta con lucidità e spregiudicatezza, probabilmente alla fine ci accorgeremmo che, in molti campi, la destra e la sinistra si assomigliano molto di più di quanto siamo disposti a credere, e che quei campi sono precisamente quelli che bloccano le riforme: in entrambe – destra e sinistra – è fortissimo il partito della spesa, per entrambe il merito conta pochissimo, per entrambe la manutenzione del consenso delle famiglie viene prima della crescita delle imprese (chi non ne fosse convinto confronti, in un anno qualsiasi della seconda Repubblica, l’aliquota fiscale che grava sulle imprese italiane con quella degli altri Paesi europei).
Una storia economico-sociale comune aiuterebbe anche a porre su basi solide il dialogo fra i due poli. E’ ingenuo invitare ad «abbassare i toni», o a un maggiore garbo istituzionale, se poi le analisi della storia e della società italiana continuano ad essere inquinate dalla faziosità e dall’odio. Forse non vedremo mai niente di veramente diverso, ma se mai cambierà qualcosa sarà quando sentiremo parlare in un modo diverso delle riforme altrui, siano esse la legge Biagi o le liberalizzazioni di Bersani, la riforma pensionistica di Maroni o la lotta all’evasione di Visco. Fino a quel giorno, è inutile illudersi, lo spettacolo resterà quello di questi anni: la destra ostacolerà le riforme della sinistra qualsiasi cosa contengano, e la sinistra farà lo stesso con quelle della destra.

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