Politica e ipocrisia

(22 Lug 07)

Francesco Manacorda
Il rapporto tra etica e politica è questione su cui tutti, e in particolare il centrosinistra, hanno il dovere non solo di riflettere, ma anche di avanzare proposte che fissino regole e principi capaci di assicurare trasparenza di comportamenti».

E’ il 4 gennaio 2006 e il segretario dei Ds Piero Fassino detta con queste parole la sua linea sui rapporti tra politica e affari. Ce ne ricordiamo tutti». E’ il 5 luglio 2005 – sei mesi prima, mica un trentennio, di quelle parole su etica e politica – e lo stesso Fassino rassicura così Giovanni Consorte che lo aggiorna sui progressi della scalata a Bnl e se la piglia nell’ordine con i banchieri Bazoli, Iozzo, Modiano, Geronzi dicendo anche che «bisogna ricordarsi, poi» del loro atteggiamento.

Dunque, almeno un merito a questo stillicidio di conversazioni intercettate tra il gran capo dell’Unipol e i vertici dei Ds va riconosciuto. Quei nastri trascritti rappresenteranno pure il massimo dell’inciviltà giuridica e mediatica, saranno con ogni probabilità irrilevanti ai fini del codice penale, ma hanno il pregio di aprire per una volta – una volta sola, nella miriade di intrecci spesso non rivelati che ci circondano – il velo che avvolge i rapporti tra politica e affari. Non uno squarcio rivelatore, per carità. Appena un piccolo strappo che permette di gettare un’occasionale occhiata di disincanto sulla realtà di quei rapporti rispetto alla loro rappresentazione pubblica, sulle pratiche private della politica in contrasto con le sue ritualità pubbliche quando si tratta di uno dei grandi argomenti – e dei grandi poteri – tabù come il denaro.

Del resto sempre un anno e mezzo fa, mentre esplodeva il caso delle intercettazioni Unipol, Romano Prodi spiegava proprio in una lettera a La Stampa che la politica «deve fare un passo indietro» e «non deve partecipare alle vicende dell’economia ma deve essere interlocutore indipendente di coloro che sono chiamati ad assumere le decisioni operative».

Dove sono le regole nuove che alcuni dei massimi esponenti della maggioranza proponevano un anno e mezzo fa? Per quel che riguarda le enunciazioni di Prodi non risultano, al momento, particolari passi indietro. E in quanto al «non partecipare alle vicende dell’economia», le notizie di questi ultimi mesi sulle vicende Telecom – piano Rovati compreso – sembrano arrivare da un altro pianeta rispetto a quello descritto dal premier. Anche da Fassino, che pochi giorni dopo quel 4 gennaio aveva tracciato davanti alla direzione nazionale dei Ds un piano tanto esteso quanto vago che andava dall’attacco alle scatole cinesi al fatto «che i fondi d’investimento non siano proprietà delle banche», fino a «un vero e netto rafforzamento dei poteri della Consob e dell’autorità Antitrust», non paiono essere arrivate novità sui temi economici e sui loro rapporti con la politica.

Quella in azione, insomma, è una politica distratta o più probabilmente ipocrita. Una politica che invoca le regole sull’onda dell’emergenza, ma che poi quelle regole non le mette mai in campo o – se e quando ci sono – dimostra di essere pronta ad accantonarle per interessi di parte. Una politica – parlando del centrosinistra di governo – che si è proposta come alternativa a quel conflitto di interessi fatto persona che porta il nome di Silvio Berlusconi, con le sue molteplici aziende e con una leadership istituzionale che è prima di tutto leadership economica, ma che allo stato delle cose non è stata certo in grado di mantenere i suoi impegni.

A dirlo, però, c’è da vedersi rilanciare contro proprio l’accusa di ipocrisia. Lo stesso premier, parlando a Trento ai primi di giugno, ha messo in scena una sorta di «Prodi Pride» con l’orgogliosa rivendicazione dell’intervento pubblico in economia come caratteristica comune di tutto l’Occidente, almeno a parole, liberista: «A Bruxelles, quando con Mario Monti abbiamo bloccato la fusione tra i colossi americani General Electric e Honeywell, si è mossa pure la Madonna». E ancora, «quando vedo Bush di che cosa credete che si parli? Di musica e farfalle?».

Tutto vero. Ma le strade per affermare il ruolo della politica rispetto all’economia possono essere anche diverse rispetto a quelle dell’ingerenza sulle singole operazioni. Ne sa qualcosa la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che in queste settimane sta mobilitando – pubblicamente – i governi europei alla ricerca di regole comuni contro i «sovereign funds», quei megafondi d’investimento controllati da governi spesso asiatici che hanno messo gli occhi su settori importanti per l’economia Ue. La sua battaglia è discutibile e discussa, gli interessi che vuole difendere possono non rivelarsi gli interessi dell’economia tedesca ed europea. Ma quella della Merkel è una posizione che ha il pregio di essere alla luce del sole: la si legge sui giornali senza che debba prima passare dai dattilografi delle Procure.

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