Vittoria a metà

(21 Lug 07)

Augusto Minzolini
Qualche giorno fa Walter Veltroni, prossimo leader del Pd, ha dato una risposta netta a un quesito che gli aveva posto un fedelissimo di sempre, il presidente della Provincia di Roma Gasbarra, su uno dei «boatos» più in voga, il cambio della guardia tra lui e Prodi a Palazzo Chigi. La staffetta non esiste – aveva spiegato il sindaco di Roma mangiandosi le parole per l’ansia che lo contagia nei momenti difficili -. Ma figuriamoci se mi metto a guidare un governo in continuità con questo con l’immagine negativa e l’impopolarità che ha». Oggi c’è da chiedersi se l’accordo sulla riforma delle pensioni che è stato applaudito dai riformisti dell’Unione, che non ha fatto sorridere né Emma Bonino né il socialista Enrico Boselli, che è stato approvato da Cisl e Uil, digerito a fatica da Epifani e criticato dalla sinistra della Cgil e, ancora, che è stato giudicato da tutti i neo-comunisti, quelli di Fausto Bertinotti come quelli di Oliviero Diliberto, una mezza umiliazione, e che ha scatenato le ire dei loro dissidenti, può cambiar «l’immagine impopolare e negativa» del governo del Professore e assicurargli una maggiore stabilità, oppure no?

Ebbene, a prima vista Prodi ha ottenuto una vittoria: ha operato uno strappo sul versante della sinistra massimalista e il suo governo, per molti un castello di sabbia, è rimasto in piedi. Solo che quella di oggi potrebbe rivelarsi da qui a qualche mese la tipica vittoria di Pirro. E i segnali in questo senso sono diversi. Intanto l’intesa è stata raggiunta utilizzando quel velo di ipocrisia che spesso maschera – ma solo temporaneamente – i dissidi dentro l’Unione. Ieri in Consiglio dei ministri il premier ha esortato tutti al senso di responsabilità e a dare un’immagine di compattezza all’esterno per rilanciare il governo. «Qui – ha fatto presente – ci giochiamo tutto». Massimo D’Alema è andato anche oltre: «Questo è un banco di prova fondamentale, non possiamo permetterci distinguo e polemiche». Appelli inutili visto che per evitare astensioni o voti contrari l’intesa, al di là della vulgata ufficiale che parlava di unanimità, in realtà non è stata votata in Consiglio, come ha tenuto a precisare il ministro di Rifondazione Paolo Ferrero. Un particolare di non poco conto. Il «non voto», infatti, anche sul piano formale, offre ai neo-comunisti l’opportunità di continuare la battaglia per modificare l’accordo in Parlamento e, più precisamente, nella Finanziaria che lo renderà operante.

Propositi simili ha espresso Diliberto. Mentre in un Senato dove il governo è in bilico in ogni votazione i dissidenti della sinistra massimalista, i vari Turigliatto e Giannini, hanno già annunciato il loro voto contrario. Insomma, la sinistra massimalista è in subbuglio proprio mentre si preparano a Palazzo Madama votazioni importanti sulla politica estera e sul Dpef. Di contro la proposta del Professore non ha la modernità né il coraggio per fare proseliti sul fronte moderato. La Bonino continua a essere scontenta mentre un altro radicale che si muove sulla frontiera tra i due poli, Daniele Capezzone, è addirittura lapidario: «Questo governo va rottamato. I riformisti del Pd dicono di aver vinto? Sì, la coppa del nonno».

L’ennesima riforma delle pensioni è riuscita anche nel miracolo di unire l’intero centro-destra: là dentro tutti l’hanno bocciata. Per cui il successo di ieri offre a Prodi la possibilità di ritirare un po’ su l’immagine di un governo disastrato, ma non gli dà nessuna garanzia per il futuro. Anzi. Tutti i nodi rischiano di venire al pettine in autunno, cioè nel periodo auspicato da molti per fargli la festa. C’è una sorta di appuntamento generale che tiene conto di scadenze precise. In autunno il Pd avrà una leadership legittimata (Veltroni). In autunno il sindacato farà un referendum sulla riforma delle pensioni e Rifondazione chiederà ai suoi iscritti se deve restare al governo o no. In autunno i piccoli partiti sapranno se a primavera ci sarà il referendum elettorale che potrebbe spazzarli via e se ci sono le possibilità (ad oggi molto scarse) di approvare in Parlamento una legge elettorale per evitarlo. In autunno è ipotizzabile nella testa di qualche maggiorente del Pd la staffetta tra Prodi e Veltroni, una «voce» di cui, a quanto pare, è a conoscenza anche il sindaco di Roma. In autunno andrebbe in scena «la votazione clamorosa al Senato» che «manderà a casa Prodi» e «aprirà la strada a un governo Dini per portare il Paese alle elezioni» di cui ha parlato l’altro ieri Silvio Berlusconi con il senatore Sergio De Gregorio. E in autunno, appunto, è prevista la battaglia di Rifondazione sulla Finanziaria per modificare l’accordo sulle pensioni. Ora per quell’appuntamento, almeno fino a ieri, il Professore poteva contare sulla solidarietà di Rifondazione che lo considerava il migliore degli interlocutori possibili dentro l’Unione.

Da oggi non è più così. «Romano – si è limitato a dire ieri Fausto Bertinotti a uno dei suoi – sta facendo il gioco di chi vuole farlo cadere dando a noi la responsabilità». Ecco perché la vera partita è solo rinviata. E la vittoria di oggi domani potrebbe rivelarsi vacua. Spiega Antonello Falomi, un neo-comunista che, formato alla scuola del Pci, è abituato a parlare poco: «Qui c’è bisogno di un governo istituzionale che introduca il sistema tedesco visto che questo bipolarismo non regge. Non regge neppure questo governo: io non capisco come Prodi ci possa chiedere di mangiare merda sulle pensioni, di mangiarne dell’altra sulla riforma della legge Biagi, quando da un momento all’altro potrebbe cadere per un incidente al Senato. E noi a quel punto dovremmo andare al voto dopo aver fatto infuriare i nostri elettori. Ma su! Vedremo in autunno…». Già, in autunno quando cadono le foglie e non solo. Lo sa bene il Professore che infatti fa gli scongiuri: il suo primo governo chiuse i battenti il 21 ottobre del ’98.

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