Perché è ancora una costruzione artificiale

(20 Lug 07)

Giovanni Sartori

Il bipolarismo che non funziona
Abbiamo un governo moribondo che si ostina a vivere. Così Eugenio Scalfari, che si chiede se questo durare in agonia sia meglio che decedere subito. Un bel problema. Che ha radici antiche nel senso che risale al bipolarismo che abbiamo inventato alla caduta del regime democristiano. Inventato perché è un unicum molto diverso dagli altri bipolarismi.

Il nostro è un bipolarismo rigido, ingessato, nel quale ogni polo è un fortilizio chiuso in se stesso. In tutte le altre democrazie, invece, il bipolarismo è flessibile e aperto; il che vuol dire che ogni polo si adatta alle circostanze e si apre, occorrendo, a soluzioni «allargate». Imperocché il nostro è un bipolarismo disfunzionale che si può inceppare senza rimedio, mentre il bipolarismo flessibile può funzionare comunque vadano le elezioni. Già, le elezioni. Il bipolarismo all’italiana si fonda sull’originalissima idea che le elezioni lo devono servire producendo ogni volta una maggioranza largamente autosufficiente. E se non lo fanno? E se producono dei pareggi? In tal caso sbagliano gli elettori, ed è il sistema elettorale che li deve costringere al bipolarismo. Questo è stato l’intento primario del Mattarellum; ed è sempre lo stesso intento di «salvare il bipolarismo» che giustifica l’attuale premio di maggioranza. Forse tutto bene, se non fosse per il fatto che il bipolarismo che sarebbe da salvare è soltanto la sua deformazione italica, soltanto il bipolarismo alla Prodi.
La verità è che a livello elettorale una distribuzione dualizzata tipo «destra- o-sinistra» è normale, è fisiologica, in tutte le democrazie. Anche il «bipartitismo imperfetto» teorizzato da Giorgio Galli negli anni Sessanta descriveva una struttura di voto bipolare tra Pc e Dc (che non era imperfetta in chiave dualistica, ma perché non comportava alternanze). E la riprova del fatto che il bipolarismo sia fisiologico è data dalla constatazione che tutte le democrazie occidentali sono bipolari quale che sia il sistema elettorale.

Il punto è, allora, che il bipolarismo all’italiana è una costruzione del tutto artificiale, artificiosa e innecessaria che si ascrive soprattutto alla formidabile ostinazione di Prodi. Ma oramai i nodi stanno venendo al pettine. Dopo un anno di governo paralizzato dalla sua non-maggioranza, e anche (come tutti, salvo Prodi, avevano previsto) da un’insanabile conflittualità interna, lo scenario sta cambiando. Il quadro non è più quello di un Prodi «insostituibile», ma di un Veltroni che lo andrà a sostituire. Così l’ala riformista che Prodi sacrifica da sempre alle istanze del massimalismo che si è messo in casa, riacquista forza e voce.

Rutelli dichiara che il nascente Partito democratico «dovrà proporre un’alleanza di centrosinistra di nuovo conio»; Fassino suggerisce che «tutto il centrosinistra dovrebbe cercare convergenze più ampie»; e l’ex premier Lamberto Dini bolla la sinistra bertinottiana come «una minoranza » sconfitta dalla storia, e si chiede perché non si dovrebbero cercare nuove alleanze. Sì, questo è il metodo del bipolarismo flessibile. Ma Prodi resta chiuso nel suo bunker, e il suo fido Parisi controbatte che «questi vogliono solo un ritorno al passato». Il che sottintende che finché Prodi resta in sella il bipolarismo che funziona non vedrà mai la luce.
Non so quando sia bene, per il Paese, che Prodi cada. Ma certo Prodi non è la soluzione del problema: oramai è il problema. Il suo bipolarismo non è né immaturo né maturo; è puramente e semplicemente sbagliato.

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