La buona e la cattiva notizia

(21 Lug 07)

Tito Boeri
La buona notizia è che l’accordo c’è. È arrivato nella notte ed è un documento di cinque pagine. C’è dunque un testo con delle decisioni importanti e delle firme in calce. Finirà così l’estenuante ridda di voci su scalini e quote e con essa le fantasiose liste di lavori usuranti. Non è poco dato che, alla vigilia, si contavano sulle dita di una mano quelli che scommettevano su questo accordo. La brutta notizia è nelle tre firme a fianco di quelle dei ministri e del sottosegretario Letta. Sono quelle di Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni e Guglielmo Epifani, quest’ultimo soltanto per presa d’atto. È davvero una strana democrazia quella che permette che un accordo che ha al suo centro un patto fra generazioni venga sottoscritto solo dai segretari dei sindacati più vecchi d’Europa. Assieme ai tempi lunghissimi della trattativa e alla sua opacità (nessun coinvolgimento dell’opinione pubblica), quelle tre firme sono un segno evidente del fatto che questo modo di «concertare» stravolge l’esercizio della democrazia. Urge un ripensamento della concertazione. O si trova un modo di consultare tutte le parti in modo relativamente rapido (ponendo limiti di tempo legati all’iter parlamentare dei disegni di legge) o è meglio fare questi negoziati su questioni di rilevanza generale solo nelle commissioni del Parlamento.
Nei contenuti ci sono due sorprese rispetto alle anticipazioni della vigilia. La prima è che il tortuoso meccanismo delle quote contempla comunque dei minimi anagrafici, che salgono gradualmente da 58 a 62 anni. Meglio sarebbe stato mantenere l’impianto della riforma del 1996 lasciando libertà di scelta fra 57 e 65 anni con le riduzioni attuariali (tali da non incentivare l’uscita appena possibile) per chi lascia prima. Ma è certo meglio avere minimi anagrafici che quote basate principalmente sugli anni di contributi. Per l’equilibrio dei conti è infatti importante il numero di anni in cui si riceverà la pensione, un fatto anagrafico più che contributivo. E le donne sono penalizzate da requisiti contributivi troppo stringenti date le frequenti interruzioni della loro vita lavorativa. La seconda sorpresa è che i costi dell’abolizione dello scalone e delle esenzioni per i lavori usuranti verranno in buona parte coperti da incrementi dei contributi previdenziali di tutti, soprattutto dei lavoratori più giovani, quelli iscritti alla gestione separata. Gli incrementi contributivi (fino a 3 punti) potrebbero diventare ancora più consistenti se i risparmi pianificati dal riordino degli enti previdenziali e dall’armonizzazione dei fondi speciali (4,4 miliardi) dovessero rivelarsi più esigui del previsto, cosa peraltro assai probabile. Questo ci riporta al punto di partenza. Solo un tavolo che rappresenta quasi unicamente gli interessi dei 129.500 lavoratori bloccati dallo scalone poteva finanziarne l’abolizione coi contributi di chi lavora. Altrove in Europa si cerca di contenere la spesa previdenziale, anziché aumentare i contributi.
Pensate a cosa sarebbe accaduto se si fossero seguiti i dettami della sinistra massimalista, quella che ancora oggi si chiama fuori dall’accordo. I 35 miliardi legati all’abolizione dello scalone sarebbero gravati tutti, fino all’ultimo euro, sui contributi dei lavoratori più giovani. Per fortuna, il presidente del Consiglio Prodi e il ministro Padoa-Schioppa sono riusciti a ridurre a 10 miliardi i costi dell’abolizione dello scalone. Sempre che la strada irta di insidie che attende questo accordo non celi qualche trappola. Bisognerà ormai inevitabilmente inserire l’accordo nella Finanziaria e ci sono tanti adempimenti previsti da qui a fine anno (definizione dei lavori usuranti, revisione delle finestre d’uscita, piano industriale di riordino degli enti previdenziali) e ulteriori verifiche durante l’attuazione degli scalini. Il rischio che anche questo accordo, pieno di ulteriori adempimenti e scadenze, faccia la fine del Patto per l’Italia firmato in pompa magna nella passata legislatura. Il rischio che diventi un nuovo «pacco per l’Italia» è tutt’altro che remoto.

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