Danze romane

(18 Lug 07)

Federico Geremicca
Emma Bonino rimette il proprio incarico di ministro nelle mani di Romano Prodi e Romano Prodi, tempo un’oretta, la rimette al suo posto di ministro senza «neppure prendere in considerazione» l’ipotesi di sue dimissioni. Nel brevissimo intervallo si scatena la solita guerriglia nella coalizione di governo, durante la quale Rifondazione ha modo di dare dell’irresponsabile e della ricattatrice al ministro para-dimissionario, il partito di Mastella di dire che a questo punto meglio un governo istituzionale che porti alle elezioni e l’opposizione – naturalmente – di fregarsi le mani e di ripetere: «Lo vedete che il governo è morto? Si agita ancora, ma in realtà è morto».

Se invece di scrivere al premier una lettera, Emma Bonino avesse alzato il telefono per dirgli «bada che se sulle pensioni cedi alla sinistra radicale io mi dimetto», avrebbe almeno risparmiato al governo (e dunque, si presume, anche a se stessa) la quotidiana slavina mediatica. Ma tant’è. Il clima da campagna elettorale mai conclusa non rende deprimenti e dannosi solo i rapporti tra maggioranza e opposizione: è ormai stabilmente attecchito anche all’interno della coalizione di governo, dove da tempo è tutto un fiorire (e combattere) di presunti pavidi contro presunti coraggiosi, custodi del maggioritario e vestali del proporzionale, radicali e riformisti, leader di oggi e leader di domani. Che in queste condizioni il solito sondaggio mensile segnali un ulteriore calo di fiducia verso il governo (35% rispetto al 39% di giugno: cioè ben al di sotto dei consensi ottenuti dall’Unione appena 15 mesi fa) non può sorprendere.

Anzi, verrebbe da dire che sfiora il miracolo il fatto che un italiano su tre esprima ancora gradimento nei confronti dell’esecutivo. Naturalmente, se Emma Bonino avesse usato il telefono invece che carta e penna, nulla sarebbe cambiato per quanto riguarda il merito della nuova «curva pericolosa» che è di fronte a Romano Prodi. E il merito è quello che è: tentare di dare un’aggiustata in corsa all’ennesimo lavoro a metà (stavolta lo scalone in materia di pensioni) lasciato in eredità al centrosinistra dal governo di Silvio Berlusconi. L’impresa si presentava come già difficile in partenza, considerate le contrapposte aspettative che pesano sul riordino del sistema previdenziale e la quantità di osservatori (nazionali ed esteri) già lì col dito alzato pronti a giudicare quel che verrà fatto. Va onestamente riconosciuto, però, che le difficoltà sono state moltiplicate per dieci dalla dinamica messasi in moto nella coalizione di governo un minuto dopo (o forse addirittura prima…) il giuramento dei ministri al Quirinale: e cioè quella sorta di gara, di sfida, a chi la spunta e a chi è più inflessibile tra la componente radicale e quella riformista dell’Unione.

Secondo molti – e non si fa fatica a crederci – questa dinamica, al di là delle note e antiche convinzioni personali in materia, avrebbe pesato anche sulla mossa di Emma Bonino. Con una ulteriore aggravante: che oltre a dover dimostrare che le «posizioni conservatrici o reazionarie della sinistra comunista e sindacale» non passeranno (così nella sua lettera a Prodi), la leader radicale ha dovuto battere un colpo anche perché insidiata nella sua torretta liberista dalle posizioni assunte da alleati (si fa per dire) di centro – e il riferimento è a Rutelli e al suo manipolo di «coraggiosi» – nonché addirittura da ex compagni di partito come Capezzone, che ormai alla deriva tra centrodestra e centrosinistra vagheggia addirittura una nuova «marcia dei 40 mila» giusto sulla riforma delle pensioni. Si tratta, come per altro i risultati dovrebbero aver dimostrato agli stessi protagonisti, di atteggiamenti incomprensibili: o meglio, comprensibili alla vigilia di elezioni, quando si è a caccia di voti, non certo quando il mandato ricevuto è a operare e costruire, piuttosto che propagandare. Il perseverare – nonostante sondaggi, risultati elettorali amministrativi e disaffezione dei cittadini suggeriscano di darci un taglio – ormai non pare definibile con una parola diversa da suicida.

Comunque sia, il governo dovrebbe aver guadagnato un altro titolo di apertura dei giornali. Dopo quello di ieri sul monito di Draghi (appunto in materia di pensioni e fisco) e quelli dei giorni scorsi per l’ennesimo «lascia o raddoppia» al Senato sulla riforma della giustizia, quelli di oggi saranno a metà tra «lo strappo della Bonino» e l’annuncio di Palazzo Chigi che venerdì il Consiglio dei ministri varerà la riforma delle pensioni. Prodi, naturalmente, è stato subito parzialmente smentito dal ministro Damiano, che, alla domanda se il governo ce la farà a chiudere la partita-previdenza entro la settimana, ha prima fatto una smorfia e poi risposto «dobbiamo provarci»: ma stavolta, almeno, non vi sono stati aggiunti diktat, minacce e annunci di crisi. Può sembrar poco, è vero: purtroppo non lo è.

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