Steccati a sinistra

(9 Lug 07)

Tito Boeri
In settimana il premier illustrerà i suoi orientamenti sulla previdenza. Anche se annunciata come una «proposta», quella di Prodi sarà una decisione che impegna l’intero esecutivo.

Come notato ieri da Eugenio Scalfari, un governo non può arrivare solo ora a una proposta! Inoltre, se si dovesse davvero riaprire la trattativa, mancherebbero i tempi tecnici per far votare l’accordo dal Parlamento, a meno di agganciare la riforma della previdenza al carrozzone, pieno di insidie e inadeguato per una misura a così lunga gittata, della Finanziaria 2008.

Ci permettiamo allora di offrire due suggerimenti al presidente del Consiglio nel suo difficile lavoro di sintesi. Il primo è che pensi più alle pensioni di chi oggi inizia a lavorare che a quelle dei cinquantasettenni. Questo significa aggiornare i cosiddetti coefficienti di trasformazione, le regole di calcolo della pensione nell’ambito del sistema contributivo, e rendere la loro revisione automatica, sottraendola al gioco dei rinvii della politica. Questo adempimento della riforma varata nel ‘96 è molto più importante per assicurare sostenibilità al nostro sistema pensionistico di tanti scalini o di uno scalone. Non c’è peraltro bisogno di istituire alcuna commissione: il nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale ha già aggiornato i coefficienti un anno fa e le regole con cui procedere ai nuovi aggiornamenti sono chiare. Si può farlo ora.

Il secondo consiglio è di essere equo. Solo così può far capire le sue scelte agli italiani, differenziandole da quelle del governo precedente (molti italiani stanno capendo che lo scalone lo stia introducendo proprio il governo Prodi!). Sarà più facile anche far capire le proprie ragioni ai propri elettori se, come sostiene Norberto Bobbio, l’identità della sinistra è proprio nell’attenzione all’equità. Per essere equi bisogna concepire regole universali, che valgano per tutti, indipendentemente dalla categoria socio-economica di appartenenza. Sono principi di questo tipo, di equità orizzontale, quelli che hanno ispirato la costruzione dello stato sociale nelle democrazie che hanno una lunga tradizione di welfare state.

Solo l’equità nel legare prestazioni a contributi può salvaguardare il patto generazionale su cui si reggono le pensioni (oggi pago la tua pensione, domani qualcun altro pagherà la mia) e difendere i regimi di protezione sociale dalle pressioni della globalizzazione. Siamo disposti a versare contributi sociali e a pagare le tasse quando sappiamo che le tutele che oggi offriamo ad altri potranno un domani valere anche per noi, se eventi avversi dovessero porci in condizione di bisogno. Il nostro stato sociale oggi traballa proprio perché molte delle sue prestazioni (pensiamo alle indennità di mobilità offerte a chi perde lavoro) sono accessibili solo a chi proviene da grandi imprese e dall’industria, come se ci fossero lavoratori (e disoccupati) di serie A e lavoratori-disoccupati di serie B.

Bene allora che Prodi non ascolti chi, come il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, vorrebbe reintrodurre uno steccato di questo tipo nell’accesso alle pensioni, permettendo agli operai di andare in pensione prima degli impiegati. Questo steccato è anacronistico, 35 anni dopo l’adozione dell’inquadramento unico operai-impiegati nei contratti collettivi. Non è neanche possibile metterlo in pratica, dato che nelle imprese non esiste più una precisa demarcazione fra mansioni impiegatizie e da operaio. Ma soprattutto è un principio profondamente iniquo: non è vero che tutti gli operai sono più poveri di tutti gli impiegati (al contrario i salari nei servizi sono mediamente più bassi di quelli del manifatturiero), mentre lo stress da lavoro è in molti casi superiore tra chi si definisce impiegato che tra chi si definisce operaio.

Essere equi vuol dire invece stabilire che si concede di andare in pensione prima a chi ha speranze di vita minori (quindi fruirà della pensione, mediamente, per meno tempo). Vuol dire decidere che trattamenti minimi verranno offerti alle famiglie in condizioni d’indigenza (non in base all’ultimo salario percepito, come chiesto dal sindacato, perché il marito della manager può ricevere un salario basso in una famiglia ricca) e, in prospettiva, non solo alle famiglie con pensionati, ma a tutte le età del capofamiglia. Equità significa anche rimuovere l’artificiale distinzione introdotta nella scorsa legislatura fra uomini e donne quanto all’età di pensionamento. È paradossale che oggi le pressioni per adottare misure inique vengano proprio dalle frange che si professano più di sinistra nella coalizione di governo. Mentre la cosa più di sinistra l’ha detta qualche giorno fa il commissario europeo Almunia, quando ha sostenuto che ogni Paese della Ue si dovrebbe dotare di un salario minimo e di sistemi di assistenza sociale di base. Sono misure contro la povertà, di cui si è tanto parlato in campagna elettorale. Solo in campagna elettorale.

È lo stesso Almunia che ci chiede di ridurre il debito pubblico. Sì, perché se avessimo un debito pubblico come quello di Francia e Germania, nell’ultimo anno non ci saremmo condannati a pagare interessi ogni anno sui titoli di Stato superiori al costo di un reddito minimo garantito. Non ce ne siamo ancora accorti perché i tassi più alti li paghiamo solo sulle nuove emissioni, ma a regime ogni incremento di 100 punti nei tassi ci costa un punto di Pil in spesa per interessi. La stessa sinistra che oggi chiede a Prodi di essere iniquo, da tempo dichiara di non voler ridurre il debito pubblico. Adesso capiamo perché: i suoi «non possumus» valgono solo per spostare di un anno l’andata in pensione di alcuni grandi elettori. Non li hanno mai esercitati, questi veti, per invocare quelle misure a sostegno dei poveri che oggi in Italia non ci sono.

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