I tagli? Iniziamo dai ministri

(9 Lug 07)

Luca Ricolfi
Qualche tempo fa, mentre divampavano le polemiche sui privilegi e sui costi della «casta», ossia di coloro che vivono di politica (circa 400 mila persone), al ministro Santagata venne affidato il compito di preparare una proposta che rimettesse un minimo di ordine e di decenza in quella delicata materia. La proposta avrebbe dovuto essere pronta per il 15 giugno. Alla scadenza la proposta non era pronta e quindi la scadenza stessa venne rimandata di un paio di settimane, al 30 giugno. Ma anche in quella data la proposta non era pronta e venne indicato un nuovo termine, ossia il Consiglio dei ministri del 6 luglio. In effetti per quella data una proposta c’era, ma il Consiglio non ha ritenuto di doverla approvare. Pare che qualche ministro l’abbia trovata insufficiente e qualche altro demagogica. Risultato: se ne discuterà «nei prossimi Consigli dei ministri». È facile immaginare che la montagna partorirà il topolino: nella migliore delle ipotesi, il disegno di legge Santagata sarà limato e corretto durante i preparativi per le vacanze estive, dopodiché – in un giorno più o meno lontano – inizierà stancamente la navigazione nel labirinto delle procedure parlamentari (sempre che il Parlamento non sia già in disarmo causa la fine precoce della legislatura).

La proposta del ministro non è certo esaltante, ma non è neppure completamente vuota, visto che qualche intervento concreto lo prospetta: ad esempio, la riduzione del numero di componenti degli organismi più pletorici, limiti vari alla costituzione di enti inutili (a partire dalle comunità «montane»… al livello del mare), norme più stringenti in materia di incompatibilità e trasparenza. Il fatto stesso che le proposte governative incontrino vari tipi di resistenze – soprattutto negli enti locali, che dovrebbero farsi carico della maggior parte dei tagli – indica che qualcosina si sta provando a fare.

E tuttavia, se si guarda all’insieme degli interventi prospettati, è difficile non scorgere il filo rosso di opportunismo e di furberia che ispira l’insieme delle proposte formulate in queste settimane. Prendiamo, per cominciare, la proposta di ridurre il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200: è chiaramente uno specchietto per le allodole, visto che nessun governo può attuarla senza cambiare la Costituzione (e per colmo di ironia giusto un anno fa fu proprio l’Unione ad affossare una riforma costituzionale che comportava una drastica riduzione del numero di parlamentari).

Ancora più furbesche tutte le proposte circolate in questi mesi, e in parte incorporate nel disegno di legge Santagata, di ridurre i costi della politica partendo dagli enti locali, ovvero Comuni, Province, Regioni. Qui, a parte i dubbi di costituzionalità, non si possono non sollevare due obiezioni fondamentali. Primo, che razza di federalismo è mai quello in cui è il governo centrale a garantire la moralità della politica locale? E secondo, ben più importante: anche ammesso che sia compito del governo dettare regole generali vincolanti per qualsiasi membro della «casta», che autorità morale può esercitare un governo che ha il record assoluto del numero di poltrone (102 fra ministri, viceministri e sottosegretari) e si guarda bene dal cominciare i tagli da lì? Da questo punto di vista non si può che plaudere ai ministri Mussi e Lanzillotta che, almeno a parole, difendono l’idea di ridurre a una quindicina il numero dei ministeri, in linea con quanto già prevedeva la riforma del 1999 a suo tempo varata dal centrosinistra (che anzi li riduceva a 12).

Un provvedimento di riduzione del numero di ministeri non incontrerebbe alcuna resistenza in Parlamento, renderebbe credibile la richiesta agli enti locali di procedere a tagli analoghi, e infine ridurrebbe sensibilmente i costi della politica: l’accorpamento tra ministeri, infatti, costringe i responsabili a stabilire delle priorità tra politiche alternative, mentre la moltiplicazione delle poltrone di ministro stimola la guerra di tutti contro tutti, con conseguente moltiplicazione delle richieste di spesa al ministro dell’Economia.

Certo, a tutto ciò si può obiettare che i risparmi ottenibili potando la «casta» e i suoi emolumenti sono comunque piccoli. È vero: il disegno di legge Santagata, già prima degli innumerevoli assalti che potrà subire, vale appena mezzo miliardo di euro. La «casta», invece, costa 10 volte tanto (4-5 miliardi) se consideriamo solo i suoi costi diretti, ossia la somma di stipendi, consulenze, gettoni, spese. E costa 100 volte tanto (40-50 miliardi) se adottiamo una ragionevole valutazione dei suoi costi indiretti, ossia di quante risorse avremmo in più se il ceto politico si occupasse di far funzionare le istituzioni, anziché funzionare occupandole (40-50 miliardi è l’ordine di grandezza degli sprechi che si annidano nella burocrazia, nella sanità, nella scuola, nell’assistenza).

Ma proprio il fatto che la «casta» ci costi così tanti quattrini in termini di malfunzionamento delle istituzioni e che anche una modesta proposta come il disegno di legge Santagata susciti tante resistenze, obiezioni, distinguo, mostra quanto impervio è il cammino da compiere. È precisamente per questo che un gesto di generosità e di coraggio, che dimezzasse il numero di ministri e sottosegretari, risulterebbe utilissimo. Un gesto del genere farebbe il solletico ai conti dello Stato, ma in compenso non lascerebbe indifferente l’opinione pubblica, restituirebbe un po’ di credibilità al governo e metterebbe gli enti locali di fronte alle loro responsabilità. Lo so, sarebbe un gesto simbolico, ma nella politica i simboli contano. E qualche volta sono proprio i simboli che riescono a muovere il mondo.

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