Baci assassini a sinistra

(8 Lug 07)

Barbara Spinelli
Quando François Mitterrand imbarcò i comunisti nel primo governo Mauroy, subito dopo aver vinto le elezioni dell’81, furono in molti a dire che il nuovo Presidente aveva abbracciato la sinistra di Marchais per meglio soffocarla. Si disse anche che la sua vittoria era stata favorita da un rassicurante fallimento: il fallimento dell’originaria bozza del Programma Comune, il rifiuto opposto dai socialisti alle esorbitanti nazionalizzazioni chieste dagli alleati (più di 1400 aziende, poi ridotte a 729). Mitterrand era maestro nell’arte di trasformare le disfatte in successi, e sulla coalizione col Pcf aveva idee assai chiare. Qualche anno dopo – era l’autunno ’85, i comunisti avevano già lasciato il governo – disse a Pierre Juquin, dirigente innovatore del partito di Marchais: «Il Partito socialista non può governare da solo, perché mai diverrà, come la socialdemocrazia tedesca, egemonico a sinistra. È necessario dunque che i comunisti, o chi un giorno li rimpiazzerà, ottengano il 15 per cento. Ma non di più. Se dovessero raggiungere il 18, la situazione diverrebbe problematica». Non era del tutto vero dunque che Mitterrand voleva soffocare le sinistre radicali. Per poterle avere accanto le ridusse, ma agli esordi fece innumerevoli concessioni. Il programma socialista nasceva da un compromesso con loro, le 110 Proposte presidenziali riflettevano pur sempre un’ossessione persistente: nessun nemico a sinistra. Mitterrand non era in condizioni diverse da quelle in cui si trovò Prodi quando stipulò, mentre governava Berlusconi, il programma dell’Unione.

Nel frattempo, naturalmente, molte cose erano mutate. Nel mondo era finita la guerra fredda, e i comunisti in Italia avevano cambiato nome e idee. Il loro posto era stato preso da formazioni che accusavano l’ex Pci di tradimento e che s’ostinavano a chiamarsi comuniste: tra esse Rifondazione e il partito di Diliberto. C’erano poi altre differenze, non irrilevanti. Mitterrand era certo di avere parecchi anni davanti a sé: di poter «dare tempo al tempo», come diceva. Un vantaggio che Prodi non possiede: se farà a meno dei comunisti come Mitterrand, al potere torna presto Berlusconi. Ma dal punto di vista delle sinistre radicali le somiglianze sono considerevoli. Mitterrand non perse il potere quando i comunisti furono spinti a uscire dal governo, ma i comunisti persero per sempre quel poco che avevano salvato dal bacio assassino, e in questo l’Italia di oggi e la Francia d’allora s’apparentano. È un dato su cui le sinistre radicali italiane possono riflettere utilmente. Devono uscire dall’esperienza Prodi? Non uscire? La questione si è già posta in Europa, e mai l’uscita è stata di qualche utilità per massimalisti e marxisti, se si escludono le rotture del secondo dopo guerra. Mitterrand tenne fede alle 110 Proposte per circa due anni, dopo l’81, anche se già alla fine dell’82 le aveva diluite bloccando temporaneamente prezzi e i salari: rilanciò i consumi nel momento in cui l’Europa frenava, nazionalizzò le banche e nove gruppi industriali, aumentò i bassi salari, creò 210 mila impieghi nella funzione pubblica, portò le pensioni a 60 anni, introdusse 39 ore lavorative pagate 40, riservandosi di passare a 35 ore entro l’85. Mitterrand esecrava gli economisti e concludeva: «Non ho alcun dovere di cifrare i miei progetti». O anche: «La ripresa economica è qualcosa che si decreta». In principio ci fu il programma presidenziale e il programma era legge: nulla doveva esser fatto che somigliasse a una violazione del patto con elettori e operai, esattamente come chiesto oggi da Bertinotti. Tale era la religione dei comunisti, e Mitterrand sembrava condividerla. Poi venne tuttavia lo scontro con la realtà e subentrò la svolta: radicale, senza dogmi, imperiosa. Mitterrand temporeggiò quattro mesi, è vero, durante i quali carezzò seriamente il sogno di uscire dal Sistema monetario europeo (Sme) e di chiudere le frontiere come aveva fatto in Inghilterra il laburista Wilson, ammirato dal consigliere Attali come dal fedele Fabius. Violentissimo fu in quei mesi lo scontro con i riformatori – il ministro dell’Economia Delors, il ministro del Piano Rocard, anche il premier Mauroy – ma infine Mitterrand cambiò rotta, nel marzo ’83, con impareggiabile disinvoltura: accettò di restare nel Sistema monetario europeo e seppellì il programma. Vero è che considerò sempre la scelta come un obbligo esterno, che mai l’assunse o la spiegò: ai dirigenti socialisti, diede l’ordine d’annunciare una «parentesi». Ma la decisione fu presa d’imperio, per riuscire e durare. D’altronde il Presidente l’aveva detto sin dal primo Consiglio dei ministri, nell’81: «Nei miei governi non c’è spazio per i militanti». Non così i comunisti, che restarono aggrappati al programma mitterrandiano come a un feticcio sacralizzato, e che da mesi denunciavano l’esecutivo pur partecipandovi. Passare l’esame del governare non era evidentemente il loro problema, anche se non si sapeva bene quale fosse il loro problema. Mitterrand stesso l’aveva constatato, osservandoli al governo: «Qualche volta al Consiglio dei ministri li provoco per vedere se hanno una politica alternativa. Non ne esce mai nulla. In verità non credono in nulla. Né nella nostra politica, né nelle loro proposte». I comunisti credevano di rigenerarsi e salvarsi, quando nel luglio ’84 accettarono non senza giubilo di farsi estromettere da un governo che aveva deciso di restare in Europa, adottandone i vincoli. In realtà non guadagnarono alcunché, finendo col perdere ogni cosa. Erano anni che la sinistra marxista in Francia scendeva. Alle presidenziali del 1969 aveva ancora ottenuto il 21,2 per cento. Poi era cominciata la caduta, fatale, fino a giungere al 15,3 che aveva consentito il trionfo di Mitterrand. Una discesa che non si sarebbe più arrestata. Nelle presidenziali 2007, i comunisti hanno ottenuto l’1,9. Il partito è un grano di polvere, che appunto non crede più in nulla. Lo slogan del suo candidato, Marie-George Buffet, prometteva nell’aprile scorso un rimbambito: «Vivere Meglio». La memoria storica è un esercizio mentale che i partiti ancor oggi comunisti farebbero bene a non trascurare. Quella che veniva presentata da Mitterrand come parentesi è divenuta con gli anni regola condivisa di un continente. L’estromissione dei comunisti dal governo non si trasformò in resurrezione. Sono falliti i comunisti a Est, e in Paesi come la Francia son falliti i partiti che hanno risparmiato a se stessi la prova del governare. Mitterrand non li aveva baciati per ucciderli. Aveva dato loro molto: molto più di quel che Romano Prodi ha dato alle sinistre radicali, essendo Prodi un politico non ostile al capitalismo come lo era (più per le proprie radici di destra che di sinistra) Mitterrand. Ma i comunisti, s’è visto, sapevano a mala pena quale fosse il loro scopo. Comunque fingevano di credere in un’ideologia, più che nella facoltà di cominciare a cambiare qualcosa governando. In ciò dimostrarono d’essere in fondo assai poco comunisti. In primo luogo, avevano trasformato quelle che per Lenin e Stalin erano scelte tattiche (le uscite da governi borghesi, la purezza dottrinale) in scelte strategiche. In secondo luogo, avevano scordato quel che il comunismo ha sempre saputo: per far politica occorre il potere, e per esercitarlo non si può completamente ignorare il reale. Né c’era spazio per rigenerarsi all’opposizione, perché poco ormai nelle società corrispondeva all’ideologia. Già nel ’78, su Le Quotidien de Paris, lo scrittore Maurice Clavel aveva scritto: «Ai nostri giorni, se è armato solo dalle esangui ideologie del secolo defunto, il puro e semplice desiderio di potere è impotente». A queste cose potranno meditare le sinistre radicali alleate con Prodi. Certo l’Italia è un Paese davvero singolare. I drammi mitterrandiani, noi li traversiamo con vent’anni di ritardo, quando nessun europeo più li conosce. Tutto è così lento a mutare, a rinnovarsi o spegnersi, in Italia: partiti, sindacati, terrorismo, fascismo, comunismo. E corruzione e strategie della tensione. Bertinotti parla ancora di «organicismo liberista», temendo che sia «cancellata l’eredità del movimento operaio». Le sinistre radicali non combattono per antichi dogmi come le nazionalizzazioni, ma per nuovi dogmi ambiguamente santificati e pulviscolari: minacciano di far cadere Prodi perché stravolgono un articolo del programma che propone d’abolire lo scalone, ma non l’allungamento dell’età pensionistica. Lo scalone da esse vituperato è un punto importante e però minuto, se paragonato alle tribolazioni della sinistra francese di ventiquattro anni fa. Ma per questo poco rischiano tutto: non solo l’esistenza politica di Prodi, ma anche la propria esistenza e forse la stessa democrazia italiana.

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