La rete di dossier a uso del Palazzo

7 Lug 07

Giuseppe D’Avanzo

La linea di difesa apprestata da Pio Pompa, Nicolò Pollari e, incautamente, sposata da Silvio Berlusconi è fragile. Si dice – lo dice Pollari nel “messaggio alla nazione” ospitato dal Tg5; lo sottoscrive Pio Pompa in una dichiarazione spontanea al pubblico ministero; lo conferma Berlusconi in una nota – le informazioni raccolte nell’ufficio riservato di via Nazionale non sono altro che una collazione di notizie reperibili da chiunque nei giornali e in Internet (Pollari).

Null’altro che “materiale elaborato sulla base di notizie tratte da fonti aperte” (Pompa). “Un tipico monitoraggio delle cosiddette “fonti aperte” che non ha in sé all’evidenza, alcunché di illecito” (Berlusconi). Il sentiero è molto sdrucciolevole. È una linea di difesa destinata a sgretolarsi contro i fatti. L’archivio, contrariamente a quanto si vuol far credere, raccoglie informative di “fonti” infiltrate dal Sismi – contro la legge – negli uffici giudiziari, nelle redazioni, nelle burocrazie dello Stato, nelle Forze Armate. Altro che “fonti aperte”. Dimostrarlo è alquanto agevole. Come è comodo verificare se i dossier calunniosi raccolti da Pompa e Pollari precedono (e non seguono) le notizie di stampa. Tre magistrati italiani, giudicati “pericolosi” dal governo, vincono un concorso per lavorare nell’organismo europeo antifrode (Olaf). Un dossier raccoglie le loro storie, passa al setaccio famiglie, rete di relazioni, le loro opinioni e scritti. Lo spoglio di queste informazioni diventa materia per una campagna di aggressione giornalistica che consente all’esecutivo di non nominarli nel loro incarico.

È questo il metodo messo a punto da Pollari, deciso a servire il suo leader politico del momento. Tracce di questo programma di discredito – dossier e campagna di stampa di cui l’esecutivo si avvale per proteggere se stesso o eliminare coloro che crede “nemici” – si possono individuare senza affanno nell’archivio di Pompa e Pollari. Qualche “caso” è limpido e clamoroso. Nell’ufficio riservato del Sismi in via Nazionale si raccolgono fin dall’estate del 2001 (Pollari, vicedirettore del Cesis, si prepara a diventare direttore del Sismi) notizie e “appunti” (falsi) su una sorta di “internazionale delle toghe rosse”, che si riunisce segretamente e coordina le sue iniziative per delegittimare, inquisire, arrestare Silvio Berlusconi. Ne fanno parte i pubblici ministeri di Milano, un paio di procuratori spagnoli, ex-magistrati diventati parlamentari europei. Questa fanfaluca prende corpo nei media qualche mese dopo, alla fine del 2001. Il momento non è irrilevante. In novembre Cesare Previti ricusa, per la prima volta, i giudici di Milano.

Qualche settimana dopo, Lino Jannuzzi, columnist di Panorama, ripreso con gran risalto dal Giornale, svela che “la settimana scorsa in un albergo di Lugano sono stati visti Elena Paciotti, parlamentare europeo dei Democratici di sinistra; Ilda Boccassini, il pubblico ministero che sostiene l’accusa contro Silvio Berlusconi e Cesare Previti; Carla Del Ponte, la procuratrice europea che sta processando Milosevic, e Carlos Castresana, procuratore anticorruzione di Madrid”. “È scontato – riferisce Jannuzzi – che i quattro di Lugano “collaborano” per trovare il modo di arrestare Berlusconi”.

È un falso. Quella riunione non c’è mai stata. La Boccassini non ha mai incontrato o conosciuto Castresana; non vede la Paciotti da anni; non incontra la Del Ponte da sette mesi. La Paciotti non va a Lugano da venti anni; ha incontrato soltanto una volta, e anni fa, Carla Del Ponte; non conosce Carlo Castresana. La Del Ponte, in quella settimana, non era a Lugano, Svizzera, ma ad Arusha, Tanzania, sede del Tribunale internazionale. Castresana “non ha mai partecipato a nessuna riunione di questo genere né a Lugano né altrove, né la scorsa settimana né mai”.

Tuttavia la “bufala” costruita dal Sismi, veicolata dal settimanale della Mondadori, casa editrice del presidente del Consiglio, con la collaborazione del Giornale, quotidiano del fratello del presidente del Consiglio, con un articolo firmato da Lino Jannuzzi, senatore di Forza Italia, partito del presidente del Consiglio, apre la strada a nuove richieste di ricusazione e mostra la necessità della legge sulle rogatorie che vuole eliminare le fonti di prova raccolte all’estero contro Berlusconi e Previti. Altro che “fonti aperte”.

Nel lavoro segreto e illegittimo dell’intelligence militare nascono e si coltivano le muffe che avvelenano poi il dibattito pubblico. Creano il clima “giusto” per iniziative legislative che poi il governo proporrà al Parlamento e la maggioranza approverà. Naturalmente questo non vuol dire che sia stato Berlusconi a ordinare al Sismi quel “lavoro sporco”. Perché escludere che fosse in buona fede? Perché escludere che Pollari confezionasse dossier di notizie fasulle in grado di dare concretezza ai fantasmi e alle paure dell’allora capo del governo? Per il momento si può dire soltanto che Berlusconi si avvantaggia del lavoro illegittimo del Sismi.

Si comprende dunque perché oggi negando ogni responsabilità per “schedature e monitoraggi” abusivi, l’ex-presidente del Consiglio difenda la correttezza di Pollari. La sua sortita appare una risposta diretta alla richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta avanzata dal ministro della Giustizia. Clemente Mastella – non lo ha mai negato – è un buon amico di Pollari. I maligni sostengono che, dietro la richiesta del ministro, lo staff di Silvio Berlusconi abbia intravisto un’iniziativa minacciosa di Nicolò Pollari, intenzionato a non finire da solo nel tritacarne che lo attende (l’avvocato di Pollari, che è anche consigliere personale di Mastella, si è detto subito entusiasta della commissione d’inchiesta). E’ un buon motivo per prendere la parola; rassicurare il “capo delle spie” nei guai; escludere ogni personale responsabilità; chiarire addirittura che non c’è “alcunché di illecito” di cui sentirsi responsabili.

Quali che siano le ragioni che abbiano convinto Berlusconi a farsi avanti, e nonostante il via libera di molti (da D’Alema a Di Pietro), la commissione d’inchiesta appare oggi più un’arma brandita contro il sistema politico (o meglio contro quei segmenti di sistema politico che hanno intrattenuto rapporti non convenzionali con il Sismi di Pollari), che non lo strumento necessario per accertare fatti e responsabilità. Le commissioni parlamentari d’inchiesta, da Telekom Serbjia a Mitrokhin, sono state l’occasione per seppellire la verità, inquinare le storie, lanciarsi in operazioni di discredito degli avversari politici. Con l’inevitabile protagonismo che avrebbero nei lavori della nuova commissione gli uomini e gli archivi di un Nicolò Pollari con l’acqua alla gola (imputato a Milano e indagato a Roma, rischia condanne per una decina di anni), un mare di fango, di dossier fasulli, di “appunti” indecenti sommergerebbe il Parlamento allontanandolo da ogni possibilità di fare luce.

Le “carte” (vere, false) le distribuirebbero gli spioni e la politica sarebbe soltanto prigioniera del gioco. Più lineare, coerente e protetto appare oggi uno schema di lavoro che affidi l’accertamento delle responsabilità penali alla magistratura e la verifica delle responsabilità istituzionali e politiche alla commissione di controllo sui servizi segreti (Copaco). L’una e l’altra si potrebbero avvantaggiare della collaborazione del Sismi di Bruno Franciforte che, convocato dal ministro della Difesa, è stato invitato a “mettere a sua disposizione tutti gli elementi in possesso del Sismi”. È questa la strada maestra per venire a capo dei giochi storti. Magistratura. Un ristretto comitato di controllo parlamentare regolato da norme di riservatezza. La collaborazione del governo e di un Sismi rinnovato che vuole cambiare finalmente aria alle stanze.

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