La democrazia del veto

(6 Lug 07)

Luigi La Spina
In Italia è avvenuto un colpo di stato con il quale la democrazia parlamentare è stata sostituita dalla democrazia consensuale. Il cambio di regime non è capitato in una tenebrosa «notte dei generali», come di consueto, ma è avvenuto con una silenziosa ma efficacissima rivoluzione che ha esteso questo sistema di governo dalla politica all’intera nostra società.

Quello che è successo, ormai, è sotto gli occhi di tutti, anche se molti fanno finta di non vederlo. Il Parlamento, come luogo di rappresentanza e di sintesi politica degli interessi, è stato completamente esautorato. Senatori e deputati sono alla ricerca disperata di una funzione perduta che cercano pateticamente di ritrovare o con una battuta che riesca a «bucare» il solito tran-tran dei panini televisivi o gridando al tradimento di un’identità scomparsa. Gli ultimi casi sono illuminanti: Storace, novello Diogene, vuole scovare dov’è finita la destra smarrita; Mussi e compagni dove si è cacciata la sinistra dimenticata. Tutti, con un’interpretazione davvero balorda del maggioritario, si sono autoesclusi dal compito per cui sono stati eletti: trovare, sui vari problemi, una sintesi politica in nome dell’interesse generale. Non possono più farlo perché non sono più rappresentanti di legittimi interessi settoriali, ma solo pedine di eserciti contrapposti, in attesa di votare per la sconfitta del leader avversario, nella totale noncuranza del merito delle questioni da affrontare. Se qualsiasi argomento serve non per far prevalere una tesi o l’altra, ma per riuscire a compiere o a sventare un agguato parlamentare, non contano le teste, bastano le dita sul rosso o sul verde.

Il governo, poi, come dimostra anche la dichiarazione di Prodi sul cosiddetto «scalone» pensionistico in antitesi con quella di D’Alema di qualche giorno fa, è costantemente sotto ricatto da parte di un partito o da una frazione di partito, da un sindacato o da una frazione di sindacato, per cui la regola fondamentale della politica è mutata completamente: la democrazia non è più la verifica della maggioranza, ma la raccolta del consenso. Una campagna elettorale permanente trasforma la ricerca del massimo comune denominatore, per risolvere un problema, nell’invenzione di quel minimo comune che riesce ad accontentare il maggior numero di persone interessate a quel provvedimento. Alla perenne conquista di un miracolo impossibile in democrazia: quello di cambiare qualcosa senza scontentare nessuno. Con l’unico effetto possibile, quello di gabellare per grandi risultati modifiche marginali di un perenne «status quo» conservatore, per cui i privilegi delle categorie non vengono mai seriamente intaccati in una società ormai pietrificata alle condizioni individuali di partenza. Il guaio vero è, però, che questa «democrazia del veto» si è estesa alla vita della comunità nazionale anche fuori dai palazzi delle istituzioni. Poiché una distorta interpretazione costituzionale insegna che la rappresentanza, più è frammentata sul territorio e moltiplicata nella società, più è augurabile ed efficace, si è dato un vastissimo e ormai paralizzante potere di blocco a qualsiasi decisione. C’è sempre un comitato di quartiere, una comunità montana e, perfino, un’assemblea di condominio che, in nome degli inalienabili(?) diritti dei partecipanti, si erge a tutela degli inviolabili(?) interessi dei suddetti. Il criterio della maggioranza è stato abolito dal golpe di cui abbiamo raccontato il travolgente successo e quindi la raccolta dell’ultimo consenso possibile assicura a tutti non di imporre la propria volontà, ma di impedire l’attuazione di quella degli altri, fosse anche di gran lunga prevalente.

Non bisogna confondere la gravità della situazione italiana assimilando questa patologia sociale all’emergere di alcuni fenomeni ormai stranoti anche all’estero, come l’effetto «nimby», cioè la rivolta di chi soffre direttamente i danni di un provvedimento assunto nell’interesse più generale. O limitarsi all’inutile deplorazione per la forza delle corporazioni professionali o di categoria: è inevitabile e anche comprensibile il tentativo di impedire l’annullamento di alcuni vantaggi sui quali si è contato per decenni. Il problema non è l’espressione o anche la moltiplicazione delle proteste, ma la rinuncia alla regola della democrazia rappresentativa: quella che disciplina il conflitto sulla base del consenso della maggioranza. Se ormai gran parte della società italiana disconosce questa norma, perché la politica ha rinunciato ad affermarla, rischiano di venir meno le basi contrattuali su cui si regge o dovrebbe reggersi il nostro Stato.

È vero, forse, che una comunità con ideologie deboli è costretta ad affermare la propria identità nel modo più facile, ma anche più distruttivo, cioè con l’espressione di un «no», perché è molto più difficile costruirla sul «sì» a qualche valore profondo e largamente condivisibile. Sociologi, politologi, storici e filosofi hanno ampio e interessante campo di discussione a questo proposito. Ma i rischi di questa degenerazione della nostra democrazia sono tali da non poter aspettare per lungo tempo le ricette degli intellettuali. Per parte loro, i politici potrebbero dare il loro contributo ricordando le parole di un personaggio illustre e, purtroppo, quasi dimenticato, il Mahatma Gandhi. Nella sua autobiografia, pubblicata nel lontano 1948, scriveva: «Il regime parlamentare è valido solo quando i suoi membri sono disposti a uniformarsi alla volontà della maggioranza. In altre parole, è onestamente efficace solo tra gente che si tolleri reciprocamente».

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