Il virus galoppa, si pensa alle urne

(7 Lug 07)

Augusto Minzolini

Qualche giorno fa Gianfranco Fini, spiegando le dinamiche politiche dei prossimi mesi al deputato azzurro Guido Crosetto, era sicuro solo dell’epilogo: «Caro Guido, tieniti pronto. Si voterà nella primavera del prossimo anno. Anche Veltroni ne è convinto. Anzi, secondo me, vuole le elezioni al più presto». Debbono essere state delle parole soppesate visto che in questi anni il presidente di An ha sempre avuto buoni rapporti con il sindaco di Roma. E in fondo fotografano esattamente la situazione: quello che più dà l’idea dell’«ineluttabilità» del ritorno alle urne, infatti, è l’atteggiamento di tutti i protagonisti del Palazzo. Tutti sono nervosi. Tutti coltivano più gli interessi del proprio elettorato che non la strada maestra della mediazione. Tutti si guardano intorno per tentare di individuare l’impresario che può regalargli un altro giro in Parlamento.

C’è il contagio. L’aria elettorale ha cominciato a condizionare il Palazzo e quelli che a prima vista possono sembrare degli atteggiamenti assurdi in realtà appartengono all’extrema ratio del «si salvi chi può». Ad esempio, la rigidità di Lamberto Dini sulle pensioni nasce sicuramente da un contrasto programmatico con il governo ma contemporaneamente è enfatizzata dai propositi del personaggio: l’ex premier ha cominciato una traiettoria di distacco dal centro-sinistra perché, per come si sono messe le cose, l’Unione difficilmente potrà regalargli alle prossime elezioni un altro seggio in Parlamento, tantomeno una poltrona di ministro. Sull’altro versante Fausto Bertinotti sta tentando di tutto per arrivare a un accomodamento con Prodi, ma si pone un problema: se per caso fosse costretto ad accettare «scalone» o «scalini» e nel maggio del 2008 si andasse a votare, cosa racconterebbe ai suoi elettori? Un atteggiamento attento alle elezioni comune a molti: vale per Di Pietro sulla giustizia, ma anche per i riformisti del Pd sulla politica economica.

Insomma, in molti si stanno facendo due conti sui tempi e i modi che porteranno al voto. Il primo è Clemente Mastella. Ben piantato sulla frontiera tra i due poli, il ministro della Giustizia gode di un ottimo punto di osservazione. «Cominciamo col dire – spiega – che un ciclo si è chiuso: Prodi non lo vuole più nessuno. Ma se si va a votare Berlusconi potrebbe vincere da solo e questo non sta bene neppure ai suoi alleati. Sicuramente a Casini che, infatti, continua a non volere le elezioni subito. Per questo Pierferdinando punta a una crisi ora per arrivare a un governo del Presidente che punti a scavalcare il 2008. Ma non può staccarsi da solo dal centro-destra, per cui è bloccato. Dini non può provocare da solo la crisi. Rifondazione non può far cadere Prodi dopo averlo già fatto nel ‘98. Per cui non credo a una crisi a breve sempreché Turigliatto e i pazzi della sinistra non decidano di votare contro insieme a Dini…».

Quindi, per Mastella il Professore è morto ma può andare avanti perché nessuno ne vuole certificare il decesso. Le rassicurazioni «paradossali» del Guardasigilli nei confronti di Prodi, però, finiscono qui. I progetti futuri di Mastella, infatti, faranno sicuramente fischiare le orecchie al premier: «Io non posso far cadere il governo sulle pensioni. Scomparirei. Farei la fine di Liotta, cioè del deputato che fece fuori il primo governo Prodi. Io faccio politica. E allora siamo chiari: io con la testa sono già dall’altra parte… Dopo che si sarà conclusa l’esperienza politica del governo Prodi posso anche passare con il centro-destra, però non posso assumermi ora la responsabilità della crisi. Magari più in là, di fronte a un fatto politico… Ad esempio se si arrivasse al referendum io farò la crisi e andrò al voto schierandomi con il centro-destra».

La tabella di marcia di Mastella, a ben vedere, quindi, coincide in linea di massima con quella del Cavaliere. Ieri con un amico Berlusconi è stato chiarissimo: «Dal punto di vista tattico la cosa migliore è arrivare alla crisi in autunno o in dicembre. Così si va dritti al voto nel 2008 senza governi del Presidente. E avremmo il vantaggio di votare con Prodi ancora a Palazzo Chigi. Poi, però, bisogna essere pratici: questo governo è talmente conciato male che la situazione può sfuggire di mano. E noi non faremo nulla per salvarlo. Sfrutteremo la prima occasione». Quindi l’unico pensiero del capo dell’opposizione è quello di puntellare la strada verso le elezioni, per renderla sicura. E gli argomenti per tirare a sé gli interlocutori che ha dall’altra parte non gli mancano con l’aria di urne che tira: con i sondaggi che girano il Cavaliere può fare le promesse che vuole perché ha dalla sua le percentuali.

Già, il «contagio elettorale» nel Palazzo si allarga e potrebbe far precipitare gli eventi da un momento all’altro. Ieri lo spettro del voto a primavera aleggiava anche nel vertice «ristretto» sulle pensioni. E il Professore ha di nuovo avuto i suoi guai. Tommaso Padoa-Schioppa, Massimo D’Alema e Francesco Rutelli gli hanno detto apertamente che non si può cedere a Rifondazione. «Facciamo ridere l’Europa», ha spiegato il primo. «Non ci sono i soldi – ha osservato il secondo – e in più è un’operazione sbagliata». «Perdiamo – ha rimarcato il terzo – la nostra credibilità». Ma in fondo il problema posto in quella riunione dai due vicepresidenti del Consiglio è stato essenzialmente politico: c’è il rischio che per salvare il governo si condanni alla sconfitta il Pd.

Il Professore ha accettato paure e critiche ma con riserva, visto che il personaggio ha un’unica priorità: la salvaguardia del suo esecutivo. Tant’è che subito dopo con il ministro Paolo Ferrero ha tirato le somme in questo modo: «Non cederò né con la sinistra né con i riformisti. Farò l’unica mediazione possibile». E’ probabile che alla fine il Professore scelga la proposta della Cgil. Gli altri allora, riformisti e massimalisti, tenteranno di tirarla per le lunghe, di inserire la riforma in Finanziaria e rinviare lo scontro finale a dicembre. Un’ipotesi che Prodi rifiuta, consapevole che se arrivasse con questa patata bollente in mano a Natale la sua sorte sarebbe segnata: a quel punto, infatti, Berlusconi darebbe l’ultima spallata; e Veltroni, già eletto segretario del Pd, sarebbe pronto a raccogliere la sfida. Ci sarebbe la crisi e la corsa verso il voto. E si avvererebbe la profezia del Cavaliere: «Prodi non mangerà il panettone a Palazzo Chigi: a meno che qualcun altro non lo inviti».

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