Il giovane e il vecchio

(4 Lug 07)

Enzo Bettiza
Una raffica di giovanilismo sta percorrendo e spazzando il vecchio mondo politico europeo. Il primo colpo d’anagrafe l’ha dato il quarantaquattrenne Zapatero nel 2004, seguito a vista dalla cinquantenne Angela Merkel nel 2005, poi quest’anno è salito all’Eliseo il poco più che cinquantenne Sarkozy esibendosi, con platealità mediatica, in scatti, sorrisi, cavalcate, danze, abbracci vigorosi e degni di un trentenne. Dopodiché l’ultimo arrivato, Gordon Brown, si è sentito con i suoi 56 anni già sopra la media europea, già quasi anziano, e ciò lo ha indotto a calare l’età complessiva del suo governo affidando la guida del Foreign Office al quarantunenne David Miliband: il più giovane ministro degli Esteri che l’Inghilterra abbia mai visto.

L’Italia presenta una situazione particolarissima e nel confronto quasi anomala. Non si sa ancora se alla guida del prossimo governo avremo un semigiovane coi capelli ingrigiti come Veltroni oppure un semianziano con la capigliatura ringiovanita come Berlusconi. Singolare incrocio o scontro d’immagini, destinato, con ogni probabilità, a culminare prima o poi in una singolar tenzone elettorale e televisiva. Da una parte il nuovo leader del centrosinistra apparentemente un poco più stagionato della sua età; dall’altra l’ormai tradizionale leader del centrodestra che fa del suo meglio per apparire meno stagionato di quello che è. Non sappiamo ancora se i due protagonisti si preparano al duello finale arrotando o smussando i loro coltelli.

Per ora vediamo che affilano e lustrano le loro immagini incrociate, più pensoso e giudizioso il «giovane» Walter, sempre più ridente e giocoso il «vecchio» Silvio. Camaleontismo? Trasformismo fisiognomico e gestuale nell’uno e nell’altro? Fino a che punto si spingeranno la sovrapposizione e lo scambio delle parti? Stingeranno anche sulle idee, sulle proposte politiche, sulla legge elettorale, sul rilancio di un rinnovato «bicameralismo» fra moderati di sinistra e di destra? Finiremo per scorgere un tocco di demagogico berlusconismo nel leader del partito democratico, e un tocco di veltronismo ecumenico nel costruttore della Casa delle libertà?

Non v’è dubbio che la candidatura di Veltroni ha smosso all’improvviso, da un giorno all’altro, le acque ferme nel grande stagno della politica italiana. La novità, il cui impatto sulle opinioni è per ora soprattutto psicologico, ha destato reazioni positive e negative. Con la sua orazione torinese il Sindaco d’Italia, definito da Giampaolo Pansa «esempio luminoso del Perdente di successo», ha scatenato elogi e stroncature, ammirazione e biasimi, speranze e delusioni. A molti è piaciuta la cornice del discorso, l’amabilità del tono, l’invito alla conciliazione dei contrari, la spinta alla disintossicazione delle velenose baruffe italiane. Ad altri è dispiaciuta invece proprio l’invisibilità del quadro dentro la cornice, l’assenza di proposte concrete sul metodo e la forma del governo postprodiano di cui il Pd vorrebbe essere l’architrave innovativa, l’errore di accennare confusamente a riforme elettorali già improduttive nei Paesi dove sono state sperimentate. Nel merito il costituzionalista Sartori è stato impietoso: «Le strutture di governo che danno governabilità sono parecchie: presidenzialismo, semipresidenzialismo, premierato inglese, cancellierato tedesco. Pertanto chi non distingue pasticcia. E non vorrei che Veltroni ci introducesse in una notte hegeliana nella quale tutte le vacche sono nere, e cioè sembrano uguali».

In altre parole, la «notte hegeliana» sarebbe già latente o addirittura presente, per gli osservatori scettici, nel vuoto che si nasconde dietro le belle frasi dell’affabulatore romano. Ma nessuno meglio di Berlusconi, l’antagonista speculare di Veltroni, sa che la politica è anche propaganda affabulatoria, mitologia di massa, incantesimo oratorio e demagogico. Nessuno meglio di Berlusconi, dopo averlo provato sulla propria pelle per positivo e per negativo, sa che nell’ottica degli elettori italiani l’illusionismo paga e che spesso in Italia i bicchieri di vino mezzo vuoti possono sembrare mezzo pieni. Dunque forse nessuno, come Berlusconi, potrà nel futuro prossimo soppesare con realismo la presa politica sulla gente comune dell’ottimismo giudizioso e talora alato di un Veltroni che sogna la «buona politica» e promette tutto a tutti, con la gigantografia della propria immagine suadente dietro di sé. Il compromesso diciamo «bicamerale», che fallì con D’Alema che aveva pochi simpatizzanti alle spalle, potrebbe riuscire domani con Veltroni che ne ha tanti e forse troppi?

Una volta Veltroni m’inviò un libro con una dedica gentile che accennava ad una possibile fusione ideale fra i grandi presidenti democratici americani e i fondatori della sinistra storica italiana. Lo ringraziai scrivendogli che era impossibile mettere nello stesso sacco Kennedy e Gramsci. Oggi gli direi che sarebbe sufficiente fermarsi a Luigi Einaudi, tenendo d’occhio le tecniche mediatiche di Berlusconi e sbarazzandosi delle frange estreme che hanno ridotto Prodi al manichino sospiroso di se stesso.

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