Non fateci sognare

(2 Lug 07)

Barbara Spinelli
Molti si aspettavano che Walter Veltroni, il giorno in cui si è candidato ufficialmente alla guida del partito democratico, usasse di frequente e con fervore la parola: «sogno». È una parola che i politici del Novecento hanno usato spesso, e per la verità non solo quando si predisponevano a conquistare il potere: fu sogno anche quello di Martin Luther King, che non aspirava alla conquista della Casa Bianca ma all’uguaglianza di diritti fra bianchi e neri. Chi si aspettava un Veltroni sognante è stato deluso, e forse è proprio qui la forza segreta del sindaco di Roma: forse è in questo suo accostarsi al carpe diem di Orazio, che afferra il giorno presente e risponde alle domande del giorno presente, sapendo che ci sono speranze che i politici dilatano ad arte senza crederci, senza avere i mezzi della città ideale che descrivono, senza sapere che sogni e speranze sono fiamme che accendono ma anche inceneriscono, che possono esser usate per edificare ma anche per sedurre i creduli.

In un articolo scritto poco prima del discorso di Veltroni al Lingotto, il 24 giugno su la Repubblica, Ilvo Diamanti ha scritto qualcosa di profondo e fine, che il sindaco probabilmente ha letto: «Non prometta di smuovere le montagne, né di volare insieme oltre l’orizzonte. E non ci faccia sognare. Gli scettici, come me, oggi, si accontentano di molto meno. Ci basta non provare disgusto a ogni risveglio».

E’come se Veltroni avesse inteso il messaggio e infatti prima di andare a Torino ha detto: «Questo non è il momento dei sogni ma delle risposte concrete». In fondo è qui la novità che oggi si chiede al politico: che smetta l’abitudine ad affastellare una gran quantità di parole promettenti ma ingannevoli; che tagli le ali ai sogni che non hanno rapporto con i fatti e la realtà. Che sogni con serietà, semmai, alla maniera di Martin Luther King: per dire il mondo che non c’è ancora ma che s’impone, e non il mondo che gli servirà da trono di cartapesta o da strumento d’una carriera. Questo discernere fra sogni si chiede al politico, e non perché la nostra epoca si sia fatta cinica ma forse perché si è fatta più desiderosa di verità. È aperta al sogno se esso migliora la realtà rendendone manifeste le incongruenze, lo respinge se la realtà è del tutto spenta dal sogno. Poiché ci sono due modi di sognare, come ci sono due diverse utopie. C’è il sogno che fugge dalla realtà, troppo disgustosa o troppo costrittiva, e poco si preoccupa – se si preoccupa – di vincoli come lo spazio, il tempo, i costi.

E c’è il sogno profetico, che osserva la realtà con spietata acutezza e la scorge più chiara dietro le apparenze. Questo secondo sogno non ignora il reale (è il caso dell’Unione europea) ma lo disvela denunciandone la menzogna e l’errore.

I tempi che abbiamo alle spalle sono stati colmi del primo sogno, e assai poveri del secondo. Sono stati colmi di sogni che in realtà erano illusioni, autoinganni. L’Italia degli Anni Novanta è stata immersa in simile chimera – la chimera di un Mondo Nuovo e Pulito, nato dai miasmi della Prima Repubblica – e il più grande venditore di sogni speciosi è stato Silvio Berlusconi, già due volte presidente del Consiglio oberato da un ben poco pulito conflitto d’interessi. Le immagini redentrici che proponeva erano rosee e azzurre, mimetizzate com’erano con la pubblicità televisiva e gli spettacoli di Mediaset. L’Italia veniva descritta come un’impresa o una squadra di calcio: relativamente facile da maneggiare, tutta compatta dietro il leader, e governata senza opposizione perché i consigli di amministrazione non vivono, come in democrazia, all’ombra di un’alternanza già pronta. Nell’azzurro irreale di quel paesaggio non si sarebbero pagate più tasse, tutti avrebbero vinto chissà quale campionato e al tempo stesso avrebbero ottenuto servizi pubblici molto più eccellenti che in passato: il gelato caldo era a portata di mano, e non c’è da stupirsi se poi s’è diffuso il disgusto (perché quando il gelato si scalda che resta del gelato?).

Sogni di questo tipo sono proposti da chi manipola l’incanto e la seduzione. Da chi vive nell’immaginario – sociale o politico – dimenticando quel che Malebranche e Pascal dicono dell’immaginazione: che è fonte di follie, e in particolare di quella follia che si coltiva nel chiuso delle pareti domestiche (la folle du logis, la folle dell’appartamento: così Malebranche chiama l’immaginazione, e così viene chiamata la televisione dei nostri tempi dai saggisti Jean-Louis Missika e Dominique Wolton). Allo stesso modo, è stato sogno la grande offensiva di Bush contro il terrorismo, presentata come esportazione facile della democrazia e lotta interminabile («di più generazioni») del Bene contro il Male: un sogno naufragato in Iraq, in Afghanistan, a Gaza. Un sogno che non ha dato i risultati che prometteva – la sicurezza – per il semplice fatto che probabilmente era l’esatto contrario che si voleva ottenere: quell’affannosa insicurezza e quella paura che facilitano il comando sugli uomini. Anche Ségolène Royal ha a suo modo sognato: impedendo al socialismo francese di rinnovarsi veramente, la candidata sembrava convinta che l’elettore avrebbe visto del nuovo e del vero nell’apparizione di una donna travestita da seducente Giovanna d’Arco. Sogni simili cominciano con l’esultanza e finiscono col secernere prima malcontento, poi disillusione, infine cinismo. Già è accaduto con le utopie del secolo scorso: dei sogni non era restato che un potere fondato sulla paura. Il cinismo non supera questo tipo di sogno ma ne è la perversione. «Facci sognare!»: dice il cinico post utopico fantasticando la conquista d’una banca, e di fatto continua a dimenticare che la politica ha doveri precisi, quando propone un sogno: deve tenere la parola, deve avere il coraggio di spiegare il prezzo delle cose, deve pensare il bene comune e non il bene di un gruppo o una classe. La politica deve liberarsi dal sonno dogmatico che consiste nell’agire senza rapporto con l’esperienza. Deve preoccuparsi della solvibilità, che è la capacità di pagare il debito che si contrae.

Ma la politica è anche proposta di sogni che valgono, che durano, che non si limitano a fotografare la realtà dell’istante o la realtà di ieri. Fu sogno veridico quando Martin Luther King spiegò come fosse possibile, e necessaria perché la società non si frantumasse, una convivenza civile fra neri e bianchi d’America. Infatti disse: «I have a dream now», non «ho un sogno domani».

Introdurre il principio di realtà lì dove non regna che l’illusione è il modo per salvare l’immaginazione non insidiata da follia e dunque l’orizzonte di cui abbiamo pur sempre bisogno. L’esperienza di Martin Luther King mostra che scetticismo e carpe diem non sono le sole soluzioni, e che anch’essi vanno giudicati con diffidenza quando dal privato si passa alla politica. Lo scettico disilluso fatica a divenire vero sognatore a occhi aperti, dunque profeta che descrive i mali e propone il farmaco per curarli. Fatica a riconoscere la capacità che a volte solo il sognatore possiede, e che raramente è segno distintivo del cosiddetto pragmatico: la capacità di guardare lontano, di pensare la propria generazione e anche le prossime, di vedere soprattutto il falso e l’illusorio che indossa le vesti della realtà stessa. È falsa realtà lo Stato nazione, è illusione e follia casalinga la sua piena e assoluta sovranità.

Neppure la potenza americana è completamente sovrana, in grado di governare da sola il proprio destino e di influenzare da sola il mondo. È invece sogno realistico il progetto di un’Europa unita, oggi spesso descritta come utopia votata a fallire come altre utopie. In realtà è l’unica utopia che abbia un rapporto col vero, perché nasce non da una fuga ma da una scoperta della realtà. Così come preparare un futuro abitabile dai nostri figli e nipoti è l’unica utopia realistica, essendo a portata di mano. Abbandonare questi sogni è vero cinismo, disillusione, ossia prigionia nell’illusione di ieri.

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