Medaglie di vergogna per i bulli

(29 Giu 07)

Ferdinando Camon
Dunque: a Palermo uno studente cosiddetto «bullo» fa un sopruso a un compagno, gli impedisce di accedere al bagno dei maschietti durante l’intervallo, sbarrandogli la porta e chiamandolo «gay». La professoressa viene a saperlo, per punizione gli fa scrivere cento volte sul quaderno «sono un deficiente», il padre del ragazzo così punito s’infuria, va dalla professoressa, la chiama «cogliona» e le pianta un processo. Adesso attenzione, perché viene il bello. Il pm chiede per la professoressa una condanna pesante: due mesi di galera. Il pm rappresenta lo Stato. Dunque lo Stato, in quella vicenda, vede il bulletto smargiasso come uno studente perbene, l’ingiuria sessuale (poiché di questo si tratta) a un coetaneo come innocua, e la decisione dell’insegnante, che ha risolto la cosa con una punizione didattica e istruttiva, come un reato.

Tiriamo le somme: lo Stato non sa cos’è la scuola; non sa cosa significa chiamare «gay» un ragazzino in età di scuola media; non sa cos’è il bullismo; non sa come si può e si deve estirparlo. Il bullismo dei maschietti, in età di scuola media inferiore e superiore, ha come posta in gioco la conquista delle compagne. Il bullo vuole emergere sugli altri maschi: vuole entrare nella vista e nel cervello delle compagne. Nelle classi due tipi di scolari guidano le compagnie e formano proseliti: i migliori e i peggiori. I bulli sono i peggiori. Un insegnante ha pochi mezzi per impedire la leadership dei peggiori: le note a casa non servono, il bullo falsifica la firma del papà, le note sul registro non solo non servono, ma ottengono l’effetto contrario. Perché il bullo è in guerra con i compagni perbene e con gli insegnanti, nella guerra ci sono le battaglie, e dopo le battaglie ci sono le medaglie e le decorazioni. Le note sul registro sono medaglie e decorazioni. Più note ha, più alto è il prestigio del bullo sui compagni di gruppo e sulle ragazze conquistate o da conquistare, e più perdente è il professore o la professoressa che gli dà quelle note. Guardate i gruppi davanti alle scuole alla mattina: attendono il bullo, quando il bullo arriva il gruppo si apre per accogliere il capo.

Se il pm del processo avesse vinto e la povera (ma saggia, intelligente) professoressa si fosse beccata due mesi di prigione, quel bullo sarebbe salito sul trono, e quella classe sarebbe diventata incorreggibile: lo Stato si schierava col bullismo e tradiva l’educazione, tradiva la sua scuola. Che bisogna fare, in questi casi? Una sola cosa: trasformare le medaglie al vanto in medaglie alla vergogna, le decorazioni al merito in attestati di ludibrio. Far svergognare il bullo di fronte a tutta la classe. Esporlo al ridicolo. In questo modo, il castello di seduzione che lui sta costruendo sulle ragazzine gli crolla addosso. E lui non farà il bullo mai più. Una buona prassi sarebbe, nei casi di bullismo, far venire il ragazzo col genitore, in piena classe, e riammetterlo solo dopo che ha chiesto (che hanno chiesto) scusa per il disturbo recato alle lezioni. Il padre: cappello in mano, testa bassa. La vergogna personale e la vergogna famigliare sono la morte secca del bullismo, e distruggono la carica erotica che potrebbe esercitare sulle ragazzine.

Quella professoressa ha fatto bene. Il giudice che l’ha assolta ha fatto bene. Un’altra cosa però doveva fare, quel giudice: i due mesi di condanna doveva affibbiarli al padre del bullo, per quel «cogliona» scagliato sulla professoressa. Così non solo nella classe, ma in tutta quella scuola i bulli sparirebbero sotto terra. Le ragazzine potrebbero indirizzare il loro nascente eros su maschi più degni. È quel che a loro auguro.

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