Tony e Walter, la staffetta

(24 Giu 07)

Tito Boeri
Mercoledì a Torino il giovane Walter scenderà ufficialmente in campo nella competizione (speriamo vera) per la guida del Partito Democratico. Lo stesso giorno, più o meno alla stessa ora, Tony Blair, che ha solo due anni più di lui, rassegnerà le dimissioni alla Regina. In questa virtuale staffetta ci può essere molto di più che una semplice coincidenza. Dipende tutto da ciò che farà Veltroni nei prossimi anni. Ma è comunque un peccato che Blair, nella sua ultima visita a Roma da inquilino di Downing Street non abbia trovato il tempo per un incontro con il Primo Cittadino dell’Urbe. Sono molti i consigli utili che potrebbe dare a Veltroni alla luce della sua esperienza, non solo su come destreggiarsi una volta al governo, ma anche su cosa fare prima delle prossime elezioni politiche. Soprattutto il secondo tipo di consigli può rivelarsi, in questo momento, molto prezioso.

Così come Blair nel 1994, oggi Veltroni è chiamato a restituire un’identità a un partito che ha, almeno in alcune sue componenti, un lungo passato alle spalle, ma poco presente, perché ai minimi storici nelle intenzioni di voto. Ed è forse in questo compito che si trova il motivo delle speranze riposte in Veltroni da molti elettori di centro-sinistra. È stato in questi anni uno dei pochi leader politici, forse l’unico nel suo schieramento, ad aver saputo trasmettere valori, fornendo ragioni di appartenenza che andassero al di là delle rappresentanze di interessi.

Quando sarà al governo dovrà cimentarsi con problemi concreti e prendere posizione su molte questioni che lacerano il suo elettorato di riferimento, a partire dall’irrisolto conflitto intergenerazionale, che divide oggi chi compie i primi passi nel mercato del lavoro dai dipendenti pubblici e i pensionandi d’anzianità. Ma per il momento Veltroni può ancora permettersi di affrontare questioni simboliche, di grande significato ideale, anche se apparentemente di scarsa rilevanza pratica immediata. Pensiamo ai primi due passi di Tony Blair, leader del Labour Party nei tre anni precedenti alla sua prima vittoria elettorale.

Il primo passo è stata la riscrittura di un articolo dello statuto (la Clause IV) che sanciva gli obiettivi del Labour Party. Il New Labour è nato proprio lì. La Clause IV predicava la rappresentanza degli interessi dei soli lavoratori e lo statalismo in economia, propugnando «la proprietà comune dei mezzi di produzione». La nuova versione sostiene l’uguaglianza di opportunità per tutti e ambisce a una distribuzione più equa della ricchezza, senza alcun riferimento alla proprietà dei mezzi di produzione. È in virtù di questo impegno che il programma e l’azione di governo di Blair hanno dato priorità alla riduzione della povertà infantile, al sostegno a chi è senza lavoro e al contenimento dei divari di reddito. Non si tratta di temi secondari per il nostro Paese: abbiamo disuguaglianze di reddito e tassi di povertà infantile più elevati che nel Regno Unito, anche prima dei dieci anni di governo del New Labour.

Il secondo passo di Blair è stata l’eliminazione della regola statutaria che attribuiva al sindacato una sorta di golden share, una clausola di gradimento, nello scegliere i leader del partito a tutti i livelli. Da allora i membri del sindacato sono stati formalmente equiparati agli altri iscritti. Anche questo passo ha dato un segnale di modernizzazione importante: il nuovo partito si è smarcato dall’azionista di riferimento del vecchio partito. Veltroni avrà bisogno di dare un segnale analogo e altrettanto forte, se non vuole condannare il Partito Democratico ad essere sempre minoranza o addirittura minoranza nella minoranza. Il leader del maggiore sindacato italiano ha dichiarato tre giorni fa, davanti a milioni di telespettatori, che «non si tratta con la calcolatrice». In questa candida affermazione c’è tutto. Significa che non c’è vincolo di bilancio che tenga di fronte alle sue richieste, che è legittimo far pagare di più le tasse (a chi le paga) o aumentare il debito che graverà sulle generazioni future. Le richieste delle categorie da lui rappresentate devono passare sopra tutto il resto. L’equilibrio dei conti non interessa al sindacato. Gli italiani lo hanno ascoltato e preso nota. Hanno capito, se non lo sapevano già, che un partito subalterno a questo sindacato non potrà mai ridurre le tasse. Di più, non potrà mai perseguire l’interesse generale.

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