Ragionando sui verbali degli interrogatori di Ricucci

(18 Giu 07)
Perché la Terza Repubblica non sia un incubo.

Romano Prodi lo dice come fosse un osservatore disinteressato, o un testimone del tempo, ma è difficile dargli torto: in questo Paese c’è davvero un’aria irrespirabile. Solo che riesce difficile darne la colpa soltanto, o soprattutto, all’opposizione. Prendiamo i verbali degli interrogatori di Stefano Ricucci, così come li abbiamo letti ieri sui più grandi giornali italiani. Non saremo certo noi a prendere per oro colato le risposte di Ricucci ai magistrati. Ma basterebbe che la decima parte appena rispondesse al vero per farci dire con la massima tranquillità che quei verbali non gettano soltanto una luce sinistra sulla costituzione materiale, chiamiamola così, della Seconda Repubblica, e sulle sue, chiamiamole così, classi dirigenti; ma rischiano anche di suonare come una sorta di certificazione della sua fine ingloriosa, a conclusione di un quindicennio che anche il più benevolo degli osservatori faticherebbe a giudicare esaltante. C’è anche, come sempre in questi casi, una questione morale. Ma c’è soprattutto una questione politica. Meglio: la questione (enorme) di un declino e di un degrado della politica che è parte decisiva di quel declino e di quel degrado del Paese di cui tanto si è chiacchierato, quasi sempre a vuoto.
I protagonisti, di centrosinistra come di centrodestra, sulla sostanza delle cose tendono a minimizzare, e intanto fieramente protestano contro l’utilizzo perverso delle intercettazioni telefoniche e il rapporto altrettanto perverso tra una parte della magistratura e la grande stampa. A protestare hanno qualche ragione. A minimizzare, proprio no. Dovrebbero tutto al contrario trovare la forza e il coraggio, questa volta con spirito bipartisan, di un discorso di verità. Dovrebbero spiegarsi e spiegarci, con le loro intuizioni e i loro errori, perché siamo arrivati a questo punto e se hanno un’idea di come raddrizzare la barca prima che finisca preda delle onde: i migliori si salverebbero, i mediocri, o peggio, andrebbero a fondo. Difficilmente succederà. Molto difficilmente. Ma se, come crediamo, non succederà, altro che antipolitica. La Terza Repubblica che si profila, e che forse è già cominciata, sarà infinitamente peggiore non solo della Prima, che ormai viene ricordata come una specie di paradiso perduto, ma pure di quella mediocre cosa che è stata la Seconda. Non foss’altro perché la Seconda nacque (sempre che sia effettivamente nata) anche sull’onda di una speranza collettiva, seppure clamorosamente infondata e mal riposta, e la Terza rischia di nascere soltanto sulla base di un tragicomico fallimento.
Che le cose debbano andare necessariamente così non è scritto nelle stelle. Per tentare di dare loro un altro corso servirebbe un soprassalto della politica. Una riforma elettorale seria. E soprattutto dei partiti. Dei partiti veri, intendiamo dire, ambiziosi, fondati su intuizioni del mondo condivise e su issues che abbiano qualcosa da spartire con la storia di questo Paese e con pezzi importanti della società italiana. Il Pd, che è al centro dello scontro già prima di nascere, fatica oltremodo a prendere queste sembianze, del partito unico del centrodestra non mette conto parlare. E però qualcosa si muove. Con il soggetto politico cattolico che sta cercando di metter su (non da solo) Savino Pezzotta noi evidentemente c’entriamo ben poco, ma gli auguriamo di farcela e siamo convinti che ce la farà, e sarà una cosa seria, così come ce la faranno Bertinotti, Mussi e compagni a metter su la Cosa Rossa della sinistra radicale, e forse, chissà, anche i liberalsocialisti, sempre che si liberino dalla funesta idea che il problema sia di rimettere insieme i cocci del vecchio Psi, e magari pure i moderati del centrodestra. Utopie passatiste, manovre di retroguardia? Può darsi, ma non è detto. E in ogni caso provarci è un dovere.

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